Cul en streaming samy porto

Quando per la prima volta incappai in tutto questo rimasi perplesso. Ma più scienziati intervistavo, più consultavo le loro ricerche, più scoprivo cose che non sembravano aver alcun senso - a meno che non si prendesse in considerazione questo nuovo approccio. Ecco l'esempio di un esperimento che si sta conducendo, e che un giorno potrebbe riguardarvi direttamente. Se oggi v'investissero e subiste una frattura al bacino, vi verrebbe probabilmente somministrata la diamorfina, nome medico dell'eroina.

Nell'ospedale in cui vi troverete ci sarà tanta altra gente a cui viene somministrata l'eroina per lunghi periodi, per attenuarne il dolore.

L'eroina che vi darà il medico sarà molto più pura e potente di quella adoperata dai tossici per strada, costretti a comprarla da spacciatori che la tagliano. Un mucchio di gente dovrebbe lasciare l'ospedale per finire alla ricerca di una dose per strada, assecondando la dipendenza che avrebbero sviluppato. Ma ecco la cosa strana: Come il medico canadese Gabor Mate mi ha spiegato per la prima volta, coloro che ne fanno uso medico poi semplicemente smettono, pur essendo stata loro somministrata per mesi.

La medesima droga, fruita per la medesima quantità di tempo, trasforma chi ne fa uso per strada in tossici disperati, lasciando immutati i pazienti d'ospedale. Se siete ancora convinti - come anch'io un tempo - che la dipendenza sia causata dai ganci chimici, la cosa non avrà alcun senso. Ma se credete alla teoria di Bruce Alexander, tutto torna. Il tossico per strada è un po' come i topi della prima gabbia, isolato, solo, con un'unica fonte di consolazione a portata di mano.

Il paziente d'ospedale è come il topo della seconda gabbia. Si prepara a tornare a casa, a una vita in cui sarà circondato dalla gente che ama. Questo ci fornisce un'intuizione che va ben oltre il bisogno di comprendere i tossicodipendenti. Il professor Peter Cohen sostiene che gli esseri umani abbiano una profonda necessità di formare legami ed entrare in contatto gli uni con gli altri.

Se non siamo in grado di entrare in contatto con gli altri, entreremo in contatto con qualsiasi altra cosa - il suono di una roulette che gira, o l'ago di una siringa. Lui è convinto che dovremmo smettere del tutto di parlare di 'dipendenza', e chiamarla piuttosto 'legame'. Un eroinomane si lega all'eroina perché non è stato in grado di legare in modo altrettanto forte con nient'altro.

Ragion per cui il contrario della dipendenza non è la sobrietà. Ma il contatto umano. Quando ho saputo tutto questo, ho scoperto di aver cominciato a convincermene, ma non sono comunque riuscito a liberarmi da un dubbio assillante. Tutti questi scienziati sono forse convinti che i ganci chimici non facciano alcuna differenza?

Per cui potrai avere il massimo della dipendenza, e nessun gancio chimico. Ho partecipato a un incontro dei giocatori d'azzardo anonimi di Las Vegas col permesso di tutti i partecipanti, che sapevano di essere osservati e mi sembravano chiaramente dipendenti, tanto quanto qualsiasi altro cocainomane o eroinomane io abbia mai incontrato.

Eppure di ganci chimici sul tavolo da gioco non ce ne sono. Salta fuori che esiste un esperimento in grado di rispondere in termini molto precisi a questa domanda. Tutti concordano sul fatto che il fumo della sigaretta sia uno dei più grandi generatori di dipendenza. I ganci chimici del tabacco derivano da una droga al suo interno chiamata nicotina. Quando nei primi anni '90 sono stati sviluppati i cerotti alla nicotina ci fu un grande ottimismo - i fumatori di sigaretta avrebbero potuto godersi tutti gli amati ganci chimici senza le sporche e letali controindicazioni del fumo.

Ma la Direzione generale della sanità ha scoperto che appena il 17,7 per cento dei fumatori di sigarette sono in grado di mettere adoperando i cerotti alla nicotina. Ora, non è proprio roba da nulla. Se le sostanze chimiche rappresentano il 17,7 per cento della dipendenza, come si è dimostrato, si parla comunque di milioni di vite rovinate in tutto il mondo. Le implicazioni per l'ormai centenaria guerra alla droga sono notevoli.

Quest'enorme crociata - che come ho avuto modo di osservare uccide gente dai centri commerciali messicani alle strade di Liverpool - si fonda sulla convinzione che sia necessario eliminare fisicamente una vasta quantità di sostanze chimiche perchè s'impossessano dei cervelli della gente e ne causano la dipendenza.

Ma se non sono le droghe a portare alla dipendenza - se anzi a causarla è quel senso di scollegamento dagli altri - tutto questo non ha alcun senso. Ironicamente la guerra alla droga non fa che alimentare i macro fattori che portano alla dipendenza.

Ad esempio mi sono recato in una prigione in Arizona - 'Tent City' - dove per punirli per l'uso di droga i detenuti vengono costretti per settimane e settimane all'interno di minuscole celle d'isolamento in pietra le chiamano 'il Buco'. Cioè quanto di più vicino si possa arrivare a ricreare per gli uomini le gabbie che garantivano la dipendenza letale dei topi. E quando poi quei detenuti ne fuoriescono, la fedina penale impedirà loro di essere assunti - garantendone per sempre l'isolamento.

L'ho visto accadere in diversi casi a persone che ho incontrato in giro per il mondo. L'ho visto coi miei occhi. Quasi quindici anni fa il Portogallo aveva una delle situazioni peggiori di tutta Europa quanto a diffusione degli stupefacenti, con l'1 per cento della popolazione dipendente da eroina.

Avevano provato con la guerra alla droga, e il problema non faceva che peggiorare. Stabilirono di depenalizzare tutti gli stupefacenti, rinvestendo il denaro che prima spendevano per arresto e detenzione del tossicomane, e adoperandolo invece per rimetterlo in comunicazione - coi propri sentimenti e con la società più ampia.

Li osservavo mentre venivano aiutati all'interno di ambulatori ricchi di calore umano e accoglienti, per imparare a tornare in contatto coi propri sentimenti, dopo anni di trauma e di silenzioso stordimento dovuto alle droghe. Uno degli esempi di cui sono venuto a conoscenza è un gruppo di tossicodipendenti a cui è stato offerto un prestito per mettere in piedi una piccola azienda di traslochi.

D'un tratto erano diventati un gruppo, legarono tutti fra loro, e con la società, e si fecero responsabili della cura dell'altro. I primi risultati stanno arrivando. Una ricerca indipendente del British Journal of Criminology ha scoperto che dal momento della sua totale depenalizzazione le dipendenze sono crollate, e l'uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento. Il risultato della depenalizzazione è stato un successo talmente chiaro che in pochi in Portogallo aspirano a tornare al vecchio sistema.

Il primo oppositore della depenalizzazione, nel , era stato Joao Figueira, il più importante poliziotto antidroga del Paese. All'epoca lanciava quel genere di avvertimenti che ci si aspetterebbe dal Daily Mail o da Fox News. Ma quando poi ci siamo incontrati a Lisbona, mi ha spiegato come le sue previsioni non si siano avverate, e come oggi lui speri che tutto il mondo segua l'esempio del Portogallo.

Riguarda tutti noi, perché ci costringe a pensare a noi stessi in maniera diversa. Gli esseri umani sono animali sociali. Abbiamo bisogno legare, di entrare in contatto e di amare. La frase più saggia del ventesimo secolo appartiene a E. Ma noi abbiamo creato un ambiente e una cultura che ci isolano da ogni forma di connessione, o che ce ne offrono solo la parodia generata da internet. La crescita delle dipendenze è il sintomo di un male profondo del modo in cui viviamo - volgendo costantemente lo sguardo all'ennesimo gadget luccicante da acquistare, piuttosto che agli esseri umani intorno a noi.

Lo scrittore George Monbiot l'ha chiamata "l'epoca della solitudine". Abbiamo creato società umane all'interno delle quali isolarsi da ogni legame è più facile che mai prima d'ora. Era seduto in una fila qualunque di un auditorium pieno di gente che si era alzata in piedi per applaudire.

È il trionfo della ragione e della logica, la dimostrazione che il puro pensiero, per ragioni che nessuno saprebbe spiegare completamente, riesce ogni tanto a intravvedere qualche frammento della trama di cui è fatto il cosmo.

Ed è anche un esempio di quello che possono fare gli esseri umani quando mettono insieme i propri talenti per un obiettivo comune. Purtroppo, non capire molto di scienza, guardarla con sussiego — come una forma di sapere di secondo piano, da tecnici — o addirittura con aperta diffidenza è un enorme limite che affligge ancora gran parte del mondo cul- turale, intellettuale e artistico, soprattutto nel nostro Paese.

E le lacrime di Higgs resteranno senza un cantore che sappia celebrarle. Pochi capiscono di economia, ma tutti abbiamo imparato, veloci, il termine per definire il differenziale tra noi e i tedeschi. Ovvero quanti punti percentuali dobbiamo pagare a chi ci presta soldi.

Lo spread è soprattutto estetico e culturale, rispetto ai cugini tedeschi, olandesi, belgi o inglesi. Quando Tony Blair lanciava la Cool Britannia, con due parole definiva un programma politico. Che significa farlo anche economicamente e socialmente. Un film ha fatto di più di tutte le campagne adv dei vari ministeri. E noi siamo qui ancora a pensare al quadretto sulla parete del museetto di provincia con conseguenti polemichette.

La provincia slitta e si fa sempre più periferia. A tutti gli operatori culturali, ancor più che a quelli politici. Dobbiamo rompere le scatole, rischiare e non autoreferenziarci nei nostri 8. Il debito è di tutti, anche se ci è stato lasciato in eredità. Dobbiamo portarci nel mondo, costruire - sulle nostre mille identità - una identità contemporanea. Oscar Farinetti con Eataly. Ha ridotto il folclore enogastronomico a una cosa che funziona.

Nella cultura ce la faremo? Prese come sono in questa stucchevole retorica occasionale e auto-celebrativa, non possono peraltro accorgersi della lenta ma inesorabile erosione di credibilità che la nostra identità culturale subisce nel mondo e che siamo proprio noi ad alimentare.

Con la nostra ossessione nel rievocare solo i fasti passati, trasmettiamo un inequivocabile messaggio: Le alternative che rimangono alla cultura nel futuro prossimo sono dunque due, non mutualmente esclusive ma intermittenti: Non con i soldi pubblici, ma con la capacità di attrarre investimenti e talenti.

Ci compiacciamo che la cultura sia conoscenza, che sia lo strumento di libertà e di scelta. La situazione creatasi a Cinecittà Studios è paradigmatica.

Si temono la chiusura degli Studios, la definitiva perdita in Italia di produzione e cultura cinematografica. Ma gli Studios vanno economicamente male da anni. Il sistema è cambiato, e non oggi. Le produzioni italiane sono poche perché gli spettatori sono ancora meno. Le stesse produzioni italiane seguono le opportunità offerte dal mercato. Le film commission sono state una bella risposta, ma evidentemente non sufficiente. Se di conseguenza chi appartiene alla filiera produttiva non offre forme e modalità diverse di servizio e accesso, questo implode.

Perché allora chi vi lavora sul posto protestano le maestranze, ma gli artisti danno manforte con la loro ben diversa attenzione mediatica non capisce che il mondo è cambiato e continua a cambiare, che bisogna dare delle risposte magari per tempo, anche per non soccombere, per iniziare a crescere, per fare sviluppo?

Le lingue ufficiali parlate sono 11, i gruppi etnici almeno 4, le religioni principali 5. A Johannesburg 12 milioni di abitanti fioriscono gli shopping mall e si muove la cultura: A Johannesburg il parco macchine è impressionante: Già, perché qui la sicurezza è un problema.

Nelson Mandela ha 94 anni e la sua prima casa a Soweto oggi è una meta turistica. A Soweto ci si sente sicuri, ma ad Alexandra, nella zona nord est della città, nessuno osa avventurarsi. La presenza della microcriminalità pesca nel vasto bacino della prima immigrazione.

Viene da popolazioni dei paesi limitrofi al Sudafrica che hanno vissuto guerre e carestie e cercano in ogni maniera di sopravvivere. Ondate di diseredati provenienti dal Mozambico, dal Malawi e dallo Zimbabwe… Eppure non mancano progetti politici illuminati. È il Sudafrica la nazione leader del SADC Southern Africa Development Community già oggi zona di libero scambio ed entro il mercato unico con moneta unica per i 14 Stati partecipanti.

Il salto di qualità è evidente nel campo video e fotografico. Si tratta di un noise, di un rumore. Ma sicuramente un peso di ricerca. Vedremo a cosa porterà il glitch. Siamo belli, dunque deturpiamoci. È il sentimento inconscio di coloro che il loro essere venuti al mondo sia stato particolarmente indesiderato, osservava Pasolini. Il quale, notava Barthes, nella società capitalistica svolge un ruolo decisivo, che è quello di stabilire uguaglianze fra cose incommensurabili.

Il centro di gravità è stabilito dal proprio ego. Athos dei Tre moschettieri, Montecristo, Achab, Cagliostro, avanti fino a Gunther von Hagens o alle tragicomiche figure realistiche di Cetto Laqualunque giustiziere implacabile. Figure di Superman a cui tutto è concesso. Una concessione, beninteso, stabilita a priori dalla società di massa. Infatti, cosa prediligono molti artisti oggi? Siamo belli, geniali e dotati, dunque deturpiamoci.

La sua poetica espressiva si presenta complessa, immersa in un microverso quasi fantascientifico di astrazioni più fredde che calde, anche quando intinte in toni rossastri. Lavorando via via su carta, tela, legno, pvc, plexiglas, in realtà Di Vinci parte ogni volta da leggeri segni graffiati, di norma in chiaro su fondi più scuri, per dare vita a visioni di un fluido inframondo brulicante di forme di vita elementari ma non banali, immerse in misteriose attività danzanti.

Lo spettacolo, insomma, è una sorta di grado zero della fregola sessuale, raggelato dalla lontananza miniscopica ma in un certo senso anche esaltato dalla sua indefinibilità spazio-temporale: Quanti sono i collezionisti italiani nella top mondiale? Miuccia Prada Siamo alle solite: Con diversi dati di raffronto che vanno in questa direzione. Le prime dieci posizioni non destano grosse sorprese, anzi probabilmente sono le stesse che ogni addetto — più o meno — avrebbe messo in fila senza fare grosse consultazioni: Cohen, Jo Carole e Ronald S.

Lauder, Dimitri Mavromatis, Philip S. Colpa della crisi economica che ci attanaglia? Che ci fanno su Artribune? Per la voglia di fare una collezione aziendale? Ma soprattutto per la grande voglia di mettersi in gioco.

Per ben tre anni avete scelto di essere visibili durante Arte Fiera. Quanto conta per TVS la creatività? Oggi il vero boom mediatico sono i programmi di cucina, ce ne sono più di venti, di ogni qualità e fattura. O perlomeno ci proviamo. Siamo di nuovo pronti a metterci in gioco, cambiando leggermente le regole. Capitolo Italia, anzi italiani. Dopo Ilaria Bonacossa co-curatrice del padiglione islandese e Alfredo Cramerotti responsabile di quello del Galles, un altro critico italiano sarà protagonista a Venezia: Gli esiti dei colloqui hanno visto il 35enne curatore pratese saldamente in prima posizione, seguito da Marco Peri e Manuela Cuccuru.

Un esito che innanzitutto promuove le procedure del concorso, che non sono state influenzate da nessun tipo di pressione o primazia territoriale. E soprattutto che proietta verso la direzione un professionista di indubbia esperienza, capace di condurre il Man — se sarà messo nelle condizioni di farlo — a un dialogo paritario quantomeno con gli altri musei italiani. La biografia parla chiaro: Ogni edizione è infatti progettata e messa assieme attorno a uno specifico tema, e con un design che cambia a seconda di cosa si tratta.

I numeri che ci son piaciuti di più? Soft power, sports, squares, flowers, kids, pulp, technology, tourism. Ogni numero esce circa ogni tre mesi è anche online e potrebbe essere usato come manuale per curatori e organizzatori di mostre nei master in curatorial studies da quanto è rilevante nei concetti, preciso nella realizzazione, sicuro nel design, autorevole senza essere autoritario.

Se ci fosse un numero dedicato, potrebbe dare ottimi spunti. Bidoun non vive certo di qualche centinaia di copie spedite per il mondo, inclusa la nostra: Strategie di sopravvivenza molto note a chi scrive e chi legge, in America come in Italia. Abbastanza per far andare avanti, con focus e vitalità non comuni, una piccola miniera di conoscenza, a capitoli. Senza paura o imbarazzo per averla messa insieme e distribuirla. Qui avete un assaggio, fotografando il QR tutto il resto. Questo territorio, come sai, ha una grande tradizione industriale.

E cosa hai scoperto? Tornando dai miei viaggi in Ucraina ho capito che era importante adoperarmi per offrire alla mia città un luogo di formazione e promozione culturale. Due anni fa inauguri Izolyatsia. Qual è stata la reazione del pubblico? Un luogo che ha vissuto un momento di grandi trasformazioni sociali ed economiche. È stata mia figlia Victoria che a un certo punto mi ha detto: La fondazione esiste solo grazie ai vostri sforzi?

Il nome Izolyatsia ha due significati. Il nostro impegno è quello di costruire una realtà che rispetti la storia del territorio in cui ci troviamo, ma che allo stesso tempo offra le possibilità laboratoriali di un progetto creativo e indipendente. Ci siamo conosciuti in occasione di una mostra bellissima dedicata a Chen Zhen. A dicembre ci siamo rivisti a Miami e abbiamo deciso di suggellare questa collaborazione, che risponde pienamente alla mission di Isolyatsia di stringere collaborazioni internazionali con realtà che condividono la nostra progettualità e che si sono già confrontate con la proposta di una riconversione virtuosa delle aree industriali.

Tomaso Montanari sul Fatto quotidiano ci è ritornato più volte: Tav, metropolitana sublagunare, porto off-shore, polo-logistico, grattacieli, alberghi di ogni tipo, centri commerciali. Cosa se ne deduce da simili appelli? Che vederla immobile, congestionata nella sua deprimente e opprimente tutela, è il loro gran desiderio. Per fortuna, chi contraddice questi pensieri non è un affarista in vena di profitto: Sono almeno tre millenni di vita umana che contraddicono una tale visione.

Da sempre le città sono realtà trasformate e da trasformare. Da sempre i loro confini, le loro identità, le loro mura, i loro palazzi, i loro perimetri sono stati ridiscussi, abbattuti, ritrascritti, riveduti, perché non esiste una conservazione che si antepone alla vita, se non a patto di sopprimerla, di renderla irrespirabile, appunto mummificata. Secondo la giurisprudenza italiana, non ogni fotografia riproducente un oggetto materiale è priva di tutela, ma solo quelle aventi finalità meramente riproduttivo-documentale.

Tutte le più grandi città sono diventate più affascinanti e moderne dopo che vi sono state costruite opere disturbanti, che rompevano la visione ormai acquisita degli spazi. Sempre a Barcellona, la Torre Agbar ha trasformato il profilo della città. Di recente anche il nuovo Palazzo della Giustizia di Firenze ha frantumato lo skyline della città del Rinascimento, ponendosi — seppur solo sfondo — come rottura moderna, antitetica, spigolosa alle movenze della Firenze eterna che conosciamo.

Dunque, bloccare Pierre Cardin perché distrugge Venezia? Emmanuele Emanuele sbatte la porta: Alemanno paga il naufragio del progetto di privatizzazione? E invece a metà luglio sono arrivate, le dimissioni: Ma fra rimpasti di Giunta e agguerrita sorveglianza delle opposizioni, la cosa non è mai andata in porto: La lettera gli sarà recapitata dalla redazione di Artribune Gentile Marco Rossi-Doria, quando è stato nominato sottosegretario dal Ministro della Pubblica Istruzione Francesco Profumo, in molti abbiamo sperato che la sua esperienza avrebbe prodotto miglioramenti tangibili al sistema scolastico italiano, sebbene siamo consapevoli di quanto sia arduo, in tempi rapidi, innovare un sistema soffocato da lentezze burocratiche e da una diffusa resistenza al cambiamento.

Non a caso questa estate la carenza di finanziamenti ha costretto Palazzo e Scuderie a starsene chiusi, in barba alle decine di migliaia di turisti e ai romani restati in città. La Fondazione ci starà ancora a fare da finanziatore silenzioso?

Entro il chiude a Madrid la mitica Soledad Lorenzo. Almeno non nel caso di Soledad Lorenzo, la mitica gallerista stanziata a Madrid, madrina assoluta - per fare un esempio — del recentemente scomparso Antoni Tàpies e personaggio chiave nelle fortune di artisti come Julian Schnabel, Louise Bourgeois, Tony Oursler, Paul McCarthy.

Ma non si ritirerà certo a vita privata: Lo ha annunciato la stessa Lorenzo, nel corso di un tributo offertole da Artesantander nella inconsueta location della cantina del Riojano. Il vostro ministero ha introdotto la possibilità per i docenti di aggiornare on line il proprio CV, ma sembra più un monitoraggio per ricollocare quelli in soprannumero in altre aree disciplinari.

Lo stesso vale per gli studenti che possono certificare attività esterne e ottenere dei crediti. E nel caso in cui essi non venissero superati, la possibilità di ripeterli il semestre successivo. Affinché i concetti di autonomia e flessibilità non rimangano lettera morta e la scuola diventi uno spazio di condivisione di esperienze sia per i docenti che per gli studenti, credo che una strada possibile sia aprirla al mondo esterno; in questo caso ritengo che gli artisti potrebbero dare un importante contributo al rinnovamento formativo.

Un piccolo libro di Jacques Lacan si intitola Je parle aux murs. Come è possibile infatti coltivare e apprezzare la bellezza e la passione per la conoscenza in luoghi che sono spesso brutti e tristi? Tino Sehgal, poi si chiude. Unilever divorzia dalla Tate Modern quel cartello e pure di domandarsi: Ma sarà poi vero? Tutto si basa su un esperimento effettuato nel dalla National Gallery di Londra, teso a dimostrare che i ripetuti lampi dei flash potrebbero modificare i colori, in questo caso nei pigmenti di prova.

Ma quando è andato a guardare i dati, ha scoperto qualcosa di completamente diverso. Poi piazzarono i flash a circa tre metri dai pannelli preparati con pigmenti colorati e tessuti tinti. Nel corso dei mesi successivi, i lampi furono lanciati ogni sette secondi. Una precauzione eccessiva, nella migliore delle ipotesi. Già, perché in realtà dietro ai divieti si nascondono diverse e non sempre nobili motivazioni: Fino a complicati e quasi fantascientifici calcoli di logistica espositiva: Su come vada interpretata la cosa, ancora non è chiarissimo, ma intanto la notizia è che Unilever molla la Tate Modern.

Ora arriva lo stop alla serie, visitata finora da quasi 30 milioni di persone: Tuttavia i toni perentori usati da Sue Garrard, senior vice president Unilever Plc per le comunicazioni globali, non accennano a una futura ripresa della collaborazione e potrebbero celare ragioni più profonde.

Siamo sicuri che Unilever sia rimasta immune dalla vorticosa crisi globale? No, lo dimostra uno studio Usa. Abbiamo incontrato Francesco Manacorda [nella foto di Max Tomasinelli], ex direttore di Artissima e fresco di nomina alla Tate Liverpool. Come ti sei inserito alla Tate e quali saranno i tuoi primi progetti? I progetti almeno quelli grandi a cui sto lavorando ora partiranno tra non meno di due anni.

Nel Project Space sarà poi ospitata una mostra di Sylvia Sleigh, che negli Anni Sessanta e Settanta ha contribuito allo sviluppo del femminismo in America. È questo il Obiettivo? Sviluppare una nuova concezione del museo, da intendersi non più come un insieme di segmenti divisi e autonomi, ma come unità singola. In una costellazione alcune stelle sono già morte, ma osservate dalla terra giungono tutte a comporre un unico gruppo.

Una condizione particolare, ma che anticipa una tendenza sempre più irreversibile in Europa: Come ti stai rapportando con le altre istituzioni del territorio? La risposta è semplice ed è quasi sempre un no. È un grosso problema? Probabilmente non è un grosso problema, è un grosso lavoro.

Che muove da assunti nuovi: Se volessimo riassumere in tag: Se quella che stiamo vivendo è prima di tutto una crisi cognitiva e valoriale che riguarda il modo di intendere i processi socio-economici, come ogni crisi dialettica ci offre la possibilità di cambiare il nostro filtro cognitivo e adottare nuovi modelli. E allora come riuscire a misurare tutto questo? Se i lettori di Artribune sono curiosi, ci diamo appuntamento al prossimo numero. La stessa Biennale [ora in corso, diretta da Lorenzo Fusi, N.

Io avevo un contratto di tre anni! Il problema più grande non è tanto rimanere in Italia, ma il fatto che le situazioni sono assolutamente volatili, per cui il livello di rischio è sempre molto alto. Qui alla Tate so che magari ho un budget più basso, so di avere un certo tipo di limitazioni, ma so anche che questo succede per i prossimi anni.

Per cui è difficile riuscire a lavorare su progetti di ampio respiro. È questa forse la ragione maggiore per cui rimanere in Italia, oggi, è una vera impresa Ovunque la crisi mette a stecchetto musei e istituzioni artistiche? La Grande Mela va controcorrente e aumenta il sostegno istituzionale A pensarci bene, non è neanche tanto una notizia: Perché stupirsi, dunque, se la Grande Mela si distingue anche nel sostegno a musei e istituzioni artistiche?

A fronte di questa situazione, per il quinto anno consecutivo il New York City Council ha annunciato per il un aumento del sostegno istituzionale al settore. Nel bilancio messo a punto per il nuovo anno fiscale, infatti, le 34 grandi istituzioni culturali e le centinaia di gruppi minori non profit sostenuti dal NYCC riceveranno milioni dollari, con un aumento di 4 milioni rispetto allo scorso anno.

Il Metropolitan Museum avrà quasi 29 milioni, il Brooklyn Museum oltre 7,5 milioni, entrambi in aumento dal Si chiama Olly ed è una scatolina elettronica che si collega al computer tramite la porta usb.

Niente più suonerie, quindi, solo spruzzi di profumo. Ispirati dal successo della sigaretta elettronica, questi odori pasticceri confezionati dovrebbero, secondo la Vaportrim, azienda americana che li produce, aiutare a soddisfare qualche voglia senza assumere calorie. Un misto di plastica, carta, inchiostro, componenti elettroniche e alluminio. In vendita sulla sua pagina Etsy per soli dieci dollari.

La linea di spray Archer Men è pensata per gli uomini che vogliano dare alle proprie stanze un odore decisamente maschile: A dirlo è stato nientemeno che Karl Lagerferld, che ha voluto partecipare alla realizzazione del progetto Paper Passion, un profumo ispirato appunto a quello dei libri.

La fragranza è prodotta dalla Steidl in collaborazione con Wallpaper. È la custodia in silicone per iPhone in vendita su Thinkgeek, tempio dello shopping online per nerd di tutte le età e le nazioni.

Secondo i rivenditori, il profumo rallegra la giornata e dura a lungo. Non resta che provarlo. Anche perché ci aspetta un anno difficile, ci si augura di passaggio. Impresa non semplice, questo tentativo di lettura diacronica e sincronica di Meneguzzo. Una dottoranda di Bergamo prova a leggerlo e restituirlo. Un impegno da premiare. Almeno in questo non siamo i soli, noi italiani. Perdendo di vista tante altre fonti di rilievo. Nella fattispecie, un importante filosofo pragmatista americano, pressoché sconosciuto nel nostro Paese.

E indubbiamente è una persona curiosa. Sono le tre edizioni, ogni volta rivedute, di uno dei libri più importanti di ABO. Per il tema, per la capacità di leggere la storia in maniera acuta, per impostazione argomentativa e struttura logica.

Un classico di maniera e che va assolutamente ri letto. Anche se ha generato mostri. E pure adottando una prospettiva filosofica, la rosa delle possibilità è assai ampia. Lo spiega con chiarezza Tiziana Andina, in un libro che spazia da Hegel a Danto.

Ed è un pregio, perché la critica ha da scegliere. Ma non è solo una questione di confezione e di naming azzeccati. Perché lei è fra le massime esperte di videoarte in Italia, e lo dimostra con pagine fresche e competenti che spaziano da Marinetti a ZimmerFrei. Quante volte ci troviamo di fronte a provocazioni, che ci strappano il sorriso di un momento e poi via nel dimenticatoio, con un bel chissenefrega?

Nella coerenza e nella ripetizione? Ma la mia è solo una domanda, è un dubbio che ogni giorno mi assale.

La ripetizione che, parafrasando Deleuze, genera la differenza. Giusto per portare degli esempi: Li fotografa senza trucchi, con un banco ottico, posto sempre nella stessa posizione, nel salotto di casa. Il suo cammino non è stato facile: Vimercati amava profondamente Morandi, ma sottolineava che il punto di partenza era diverso: E chi vuol capire capisca. La nuova bomba di monsieur Pinault e Tadao Ando.

Con la Biennale Arte del si aprirà il terzo spazio veneziano: Non si tratta di una notizia del tutto inedita, si diceva: Un regalo da 12 milioni di euro, calcolarono i medesimi organi di stampa. Ora, la ristrutturazione e la destinazione a progetti culturali in verità dovrebbe mettere a tacere i maligni, che vedevano una speculazione immobiliare alle porte. Con una superficie di 1.

Gabriella Belli ad Artribune: È stato un decennio frettoloso e ingordo: Una grande abbuffata che ha snaturato il sistema. È lo stesso Fabio Paris [nella foto di Rinaldo Capra] a raccontarci i motivi della sua decisione. Dopo dodici anni di attività chiudi la galleria per concentrarti sul progetto Link Art Center, centro culturale che promuove la ricerca artistica con le nuove tecnologie. Come sei arrivato a questa decisione?

È in questo fertile terreno che ho navigato in questi anni con la mia galleria. È stato uno sforzo premiante, ma anche difficile da sostenere per una galleria privata, soprattutto in Italia, dove attorno a queste ricerche manca ancora un contesto, una consapevolezza culturale.

Quando nasce il Link Art Center? Ufficialmente, nel marzo Il sodalizio con Quaranta è stato dunque centrale? Domenico come curatore e io come organizzatore.

Poi sentimmo la necessità di coinvolgere una terza persona: Lucio Chiappa, un professionista della comunicazione e del marketing. Nel marzo abbiamo battezzato la nuova creatura, che nel settembre dello stesso anno ha inaugurato, a Brescia, la prima mostra, Collect the WWWorld. Parallelamente sono arrivate le edizioni Link Editions , altri progetti espositivi, ed ora il Link Point.

Continua a saltare agli occhi, e non potrebbe essere altrimenti visto che si tratta di un artista visivo, che Hirst è capace di mobilitare con la sua arte e la sua vita le cronache specializzate e generaliste. Stiamo già lavorando ad altre forme di collaborazione: Con Micro, il festival che mette al centro fanzine e storie editoriali controcorrente Appuntamenti, workshop, concerti, una mostra di fanzine e molti, molti incontri con un mondo sempre più ricco e in via di sviluppo.

Tre saranno le giornate per approfondirne storie e contenuti presso lo spazio Superground di Milano, dal 12 al 13 ottobre. Parecchi e internazionali gli editori selezionati: E ci saremo anche noi, con il nostro giornale Lorenzo Bruni guiderà la Binnekant21 di Amsterdam. Progetti, idee, molto entusiasmo e qualche riflessione sulla crisi. Raccontami dello spazio della Binnekant La fondazione si trova in città, in un antico palazzo del Seicento, appartenuto fino a qualche anno fa a Marina Abramovic.

Siamo fra la stazione dei treni e la famosa zona rossa. Con che fondi lavora la Binnekant21? Nasce come fondazione privata con la partecipazione di finanziamenti sia pubblici che di altri privati.

Di volta in volta stabiliremo dei rapporti con partner di versi, in base ai differenti progetti da realizzare. Con cosa cominci il tuo programma? Si parte il 6 ottobre con un ciclo di mostre che coinvolge alcuni artisti il cui lavoro ruota intorno al concetto di appartenenza, di dialogo interculturale, di incontro. Il titolo è Mi scusi Ma dove mi trovo?: Che idea hai per la fondazione?

I lavori di ristrutturazione non sono ancora terminati. Per questo motivo abbiamo deciso di aprire i vari spazi nel tempo, progetto dopo progetto. Il progetto si chiama xdpi. Il vero problema non è la mancanza di finanziamenti, ma la mancata presenza di partecipazione del pubblico. Il livello di realtà aumentata delle città, per scoprire dove sono i musei e i monumenti, è accettabile anche se con pochissime informazioni aggiuntive , mentre in alcune zone le troppe segnalazioni e informazioni rendono impossibile la navigazione.

Progetti per il futuro di Culture Click: Una mostra semplicissima, in grado di riattivare nei visitatori grandi e piccoli il senso della meraviglia. Interessanti le schede di approfondimento, fatte a misura di bambino ma gradevolissime anche per gli adulti. Urban Augmented Reality, a cura del mitico NAI - Netherlands Architecture Institute di Rotterdam, è forse una delle migliori app di realtà aumentata in ambito culturale attualmente in circolazione.

Merito della completezza delle informazioni inserite, che sono veramente molte e in parte anche generate dagli utenti, in pieno stile web 2. Ma quanti sono in Italia gli artisti che denunciano regolarmente i loro redditi? Cari artisti giovani e storici, emergenti o già emersi, squattrinati e bohémien o ricchi sfondati, ricordatevi questo nome: Incrociando un numero clamoroso di dati che va dalle proprietà immobiliari a quelle azionarie, ai consumi, alle auto, alle barche fino al conto corrente.

E se non si riesce a spiegare come mai si è speso tot pur guadagnando solo tot, son dolori. E dolori sono per il pittore Piero Guccione: Aristide Poidomani, commercialista di Piero Guccione, non ha perso tempo nel dare la sua versione: E per lo Stato stesso. Focus on contemporary art. Chicca per coloro che vogliono scoprire e magari acquistare - prodotti realizzati da realtà piccole e micro, si tratti di case editrici, artisti e gallerie.

Promuovendo un nuovo modo di fare esperienze negli spazi del Castello di Rivoli, e mirando a coinvolgere i diversi pubblici e le loro possibili esigenze, Summer School ha offerto un programma articolato in ben 45 proposte educative. Il museo viene pertanto inteso come uno spazio aperto, prestigioso non soltanto per la sua programmazione artistica, ma anche, e soprattutto, per la sua capacità di costruire relazioni importanti e imponenti con i diversi ambiti della realtà sociale e istituzionale.

Manco a dirlo, la tre-giorni sarà punteggiata da una miriade di presentazioni, lecture, dibattiti… www. Sarà perché la Biennale è pur sempre la più grande istituzione culturale del continente, sarà pure perché Expo si sta sempre più rendendo conto della difficoltà di portare oni e oni di persone nelle lande di Rho, ma la collaborazione tra le due realtà appare sempre più stretta.

E chissà che le virgolette non possano sparire da qui al Il fatto è che Expo guarda con grande cupidigia ai 20 milioni di turisti che ogni anno si affacciano a Venezia: Invitando il pubblico alla partecipazione attiva, abbiamo ottenuto che il programma si sia definito e stabilizzato proprio grazie alle loro proposte e richieste. Proviamo a tracciare un bilancio.

Siamo molto soddisfatti di un traguardo in particolare: Il museo diventa lo spazio in cui confluiscono le diverse realtà culturali del mondo contemporaneo. Uno spazio di azione che permette di progettare ulteriori progetti per il futuro. Ci sono in cantiere nuovi progetti?

Inguaiando, in primis, chi firma: Se poi chi con i suoi testi dovrebbe aiutare a fare chiarezza scrive in modo incomprensibile, siamo rovinati. La curatela è prestigiosa assai, eh: È più corto, più facile, più immediato ed eufonico.

Non ti incarti a leggerlo. Viene accettato persino dal festoso correttore automatico di Word. Il gioco è fatto. A firma di un critico vero, cioè: Un nome se non proprio grosso, almeno taglia media.

Piglio distrattamente in mano il materiale a stampa, che porta sul fronte il testo mio e sul retro quello del critico o viceversa, dipende come giri il foglio. E trovo, nel testo suo, una frase che mi ricorda qualcosa. Allora ci avevo visto giusto: Giro il foglio e rileggo quello che, un mese prima e con molto anticipo rispetto al criticone, avevo scritto io.

Altro che suggestione, questo è copia e incolla! Rivoluzione nella stampa culturale londinese: Time Out ripetiamo, Time Out - si trasforma in freepress e punta a quintuplicare la diffusione in città La freepress generalista e quotidiana è in crisi?

Al contrario, la freepress periodica, di qualità, culturale mostra tutta la sua vivacità. Oggi pare comprenderlo anche un gigante internazionale della stampa dedicata a eventi, mostre, musei, musica, cinema, ristoranti. Time Out lo fa perché stava andando male? Certo, il settimanale non vendeva granché, solo si fa per dire 55mila copie.

Sufficienti, peraltro, assieme alla pubblicità, per avere conti in utile. Tuttavia la sensazione che hanno avuto in redazione è stata quella di un cambiamento radicale delle abitudini dei lettori. Grazie a questi strumenti, ottimi compromessi tra un computer e un telefonino e assai adatti a leggere, tutta una fetta di pubblico non transita più in edicola.

Sta di fatto che quella fetta di pubblico è proprio la stessa che interessa a Time Out: Con grandi aspettative per la crescita della pubblicità. Ma se qualcuno, un decennio fa, ci avesse assicurato che Time Out sarebbe stato distribuito gratuitamente, ci avremmo creduto? Di fatto per decenni si è sempre considerata, seguendo Benjamin, la riproducibilità come un fattore negativo, mentre gli artisti si sono sempre battuti per la sua affermazione e Duchamp ne è stato il paladino, sia concreto che critico.

Come si dispiega in mostra questa premessa storica? Il salone introduttivo si apre proprio con le tirature, in diversi periodi, delle Boîtes. È piuttosto semplice immaginare una terza fase cronologica, diciamo dalla nascita di Internet in poi. Certamente lo sviluppo di questo inglobamento di media, artigianali o tecnologici, si protrae oltre il , data con cui abbiamo concluso la ricerca. Con quali peculiarità e collaborazioni?

Che abbiamo un animo pop lo sapete, ma non esageriamo. La premessa di questa inchiesta, condotta da Alfredo Cramerotti, la trovate sul numero 7 di Artribune.

Ora si entra nel vivo. Questi talenti sono sorprendenti. Ad esempio, Diego Caglioni ha preso un anno 11 numero 9 www. E ne sono venute fuori cose assai interessanti, come la nostra copertina, stupenda su questo numero. Comincia un anno duro e noi la parola nel nostro talk show sono i direttori delle kermesse mondiali.

Ci si indignava per il commissariamento del Maxxi? Il commissariamento ha dato dei frutti e volge al termine? E credete si spingano volentieri fino a Belleville, il quartiere reso celebre dai romanzi di Daniel Pennac? Scenari che, poniamo, per uno statunitense ha il sapore di un sogno ad occhi aperti. Ora potete programmare un viaggio completo in quelle lande. Noi ci siamo andati, come sempre, e di questo parliamo nelle pagine della rubrica a essa dedicata.

E noi ve lo raccontiamo. Quelli che circolano nelle fiere. Ma ora basta con i libri di cucina acquistati settimanalmente in edicola. Vi portiamo nella city beach del Nordest. Quella per diventare Capitale Europea della Cultura nel Perché sarà italiana, nevvero? Anni Settanta, anni di piombo e niente più? Ma non diciamo enormità! Per affrontare la salita rappresentata dalla crisi. Come il fatto che comunque continuano a crescere musei come funghi.

Di loro parla il nostro focus; anzi, ne parlano loro stessi, come da format di queste due pagine. Ad esempio, metti insieme Che noia Zurigo, tutta banche e turismo kitsch-chic. Et voilà, se ancora ce ne fosse bisogno, Artribune sfata un mito e demolisce uno stereotipo.

Portandovi in una ex fabbrica di birra, nella zona ovest della città. Anzi, a capire quali servono, come contarli e che farsene.

Si torna insomma a parlare di accountability. E il nostro reportage è passato da New York a Bangkok. Consueto, magnifico poker di scatti, questa volta affidati alla globetrotter Simona Pampallona. Checché ne dicesse Schopenhauer, che la musica è eterea e astratta, ha comunque un costo. Perché altrettanto singolari ristoranti… micologici. Per una infausta necessità, succede che uno dei nostri migliori artisti di new media debba accedere alla sua cartella clinica digitale.

Per scoprire che i file sono salvati in un formato proprietario, e quindi non accessibili a chi non possegga quel software. Storie di open data e open source. Ci sono omaggi che vanno fatti. Ci sono ricordi che non si possono omettere. Del passato, sempre più prossimo. A partire da quel momento, gli esseri umani conoscono il mondo principalmente attraverso il cinema e la tv, vale a dire la fiction per immagini in movimento.

Si sviluppa una nuova forma di autoriflessività attraverso la mediazione. Questo modifica e veicola la percezione dello spazio, ma soprattutto del tempo: Il passato diventa parte integrante dello Spettacolo riconosciuto e descritto, negli stessi anni, da Guy Debord2. Quali sono le conseguenze di questa trasformazione ormai compiuta? Crary, Suspensions of Perception: Débord, La società dello spettacolo.

Una sorta di presente nostalgico, che si percepisce nostalgicamente in diretta. Ultimamente moltissimi giovani artisti fanno sistematico riferimento alla storia e al passato. Assistiamo a un vero feticismo della citazione: La tecnica è quella di lavorare su immaginari accattivanti, esattamente come fa il cinema o la letteratura. Giovani Indiana Jones sca- tenati che, come fossero nel fast food della storia, imbarcano citazioni e riferimenti con la stessa facilità e leggerezza con cui postano su Facebook.

Se il presente e il futuro sono incerti, meglio rifugiarsi in un passato percepito come mitico. È come se non ci fosse la volontà e la capacità di risolvere il presente, ma fosse sempre necessario aggrapparsi e fare riferimento a una memoria rassicurante.

Non è la nozione storica che risulta essere interessante, ma è la capacità di aggiustare e modificare procedure e modalità in funzione della memoria storica. Questi giovani sono ri- petitori della nozione-citazione, ma non suggeriscono alcuna modalità-procedura-atteggiamento per risolvere il presente. Una certa retorica del passato fornisce la possibilità di essere accettati in un Paese per vecchi, in un Occidente per vecchi.

Ne risulta un fatto significativo: E che procede nel più banale individualismo opportunista. E fino a quando la Nonni Genitori Foundation continuerà a pagare. Che srotola una analisi assai puntuta su certi artisti della generazione TQ che vivono sulle spalle della Nonni Genitori Foundation.

Fin qui tutto normale. Per fare il punto della situazione, abbiamo deciso di aprire il dibattito, coinvolgendo chi le fiere le organizza, chi partecipa e chi le visita.

In questa prima puntata, sentiamo le voci dei direttori. Provo a sintetizzare quale possa essere per me il futuro di quelle italiane, giacché guardando fuori dai confini vengo preso da ammirazione prima e sconforto e depressione da confronto poi.

La specializzazione penso sia la carta vincente delle fiere nei prossimi anni: Il tutto corroborato da un corretto confronto con gli artisti italiani, troppo spesso sottovalutati e dimenticati. Per questo, il futuro della fiera è configurarsi sempre più come un collettore di ambiti, strutture ed esperienze variegate.

ACO, alla sua quarta edizione. ACO ha prodotto un motore di azione reale che inizia a raccogliere risultati, nella vendita e quantomeno nella generazione di interesse. Come direttore di ArtRio, cerco di seguire tutte queste linee-guida. Non è un caso, infatti, che le istituzioni storiche puntino molto su rassegne tematiche che rappresentano in fondo il pensiero di alcuni curatori, che è naturalmente selettivo. Questo si spiega in due modi: Le fiere diven- tano un evento glamour e sociale a cui essere assolutamente presenti e a cui partecipare.

Il rischio è la saturazione ed è importante che le fiere sappiano sviluppare una propria identità forte. Fiere lanciate con la mano sinistra da amministrazioni comunali locali solo per la valorizzazione di spazi fieristici disponibili non possono avere un grande futuro. Ogni fiera deve essere diversa, altrimenti visitatori e gallerie perdono interesse. ARCOMadrid vuole essere una piattaforma per i nuovi artisti, e lo fa attraverso un programma di taglio curatoriale e il coinvolgimento di tanti direttori di museo, curatori, collezionisti e altri professionisti.

Oggi stiamo portando avanti nuove idee per portare più clienti alle gallerie, come il programma First Collectors o un nuovo strumento web, per trovare nuovi clienti nel mercato online. Art Basel Miami Beach rappresenta il culmine di questo genere di eventi. Abbiamo tutti delle vite incredibilmente impegnate oggi, e negli ultimi dieci anni, purtroppo, le gallerie sono sempre state meno supportate dagli abitanti delle proprie città, spesso sopraffatti dal lavoro, dalla famiglia e dalla cura della propria salute.

Inoltre, i collezionisti e gli altri visitatori sono sempre più in difficoltà nel tenersi aggiornati su tutte le gallerie che nascono in giro per il mondo o anche solo nella propria città. Simona Pampallona, fotografa romana sempre in viaggio, ha immortalato per noi quattro luoghi di Bangkok. A tema artistico, naturalmente. Artribune Magazine vi porta in Thailandia. La genesi del museo è stata travagliata: Inaugurato nel , oggi il centro ospita mostre di artisti locali e internazionali.

La costruzione, nota anche come Pixel Palace a causa della sua forma un nastro di rilievi cubici la scava come una scultura , ospiterà residenze superlusso e oltre I lavori, iniziati nel , dovrebbero concludersi nel Oggi la Jim Thompson Foundation si occupa di finanziare giovani artisti, thailandesi e non. Fin da giovanissima, molta della sua arte è stata ispirata alla figura di sua nonna, con la quale ha avuto un rapporto speciale.

Tutta la sua ricerca, fortemente intrisa di temi religiosi e spirituali, si confronta con temi universali come il tempo, la mortalità e la percezione del corpo. Incubator, mettendo a disposizione di curatori e artisti le competenze e le conoscenze che vessel ha rispetto al contesto locale, nazionale e internazionale, facilita i singoli o i collettivi siano essi artisti, curatori o teorici nella realizzazione di progetti e successivamente facilita la generazione di esternalità positive per il territorio in cui vessel opera.

Il materiale prodotto da tale ricerca viene documentato attraverso il video. Questo èun esempio di come vessel opera e intende operare: Durante il , vessel intende investire energie in Incubator perché crede fortemente che in questo modo molti progetti possano venire alla luce e diventare ricerche pubbliche, cioè fruibili e accessibili. E che analizza in forme inedite il ruolo del curatore e delle mostre.

Vessel nasce nel a Bari, dopo un anno di incubazione, riflessioni e ricerche. Il progetto è stato concepito dalle curatrici Viviana Checchia e Anna Santomauro e si è sviluppato organicamente nel corso della loro collaborazione sancita da progetti come 1h art e Green Days. Il bando indetto dalla Regione Puglia, Principi attivi, che finanzia progetti innovativi per il territorio regionale, ha rappresentato una spinta decisiva nella formalizzazione e concettualizzazione del progetto vessel.

La propensione ad attivare sistemi collaborativi, di dialogo e interazione fra geografie, discipline e linguaggi differenti si riflette nei diversi formati adottati. Una serie di laboratori, talk e workshop ai quali hanno contribuito, tra gli altri, artisti come Nico Angiuli, Leone Contini, Rosa Jijon, Daniele Guadalupi, e organizzazioni come Radical Intention, hanno delineato una scelta di campo che, sperimentando formati alternativi alla mostra, pone in primo piano il processo artistico piuttosto che il suo risultato.

Sono coinvolte due istituzioni culturali affermate: Realtà marginali, Cooptazione e Resistenza è stato il primo appuntamento della serie di symposia e ha avuto luogo a Bari. La città e la regione Puglia hanno una forte e ben definita identità connessa con la loro storia, le tradizioni e la posizione geografica. Oggi vessel sta attraversando una stimolante fase di rigenerazione e apertura a nuove collaborazioni.

Il team, originariamente composto da Viviana Checchia e Anna Santomauro, responsabili della curatela, Vincenzo Estremo per la grafica, Fabio Gnali per la comunicazione e Andrea Vara per il fundraising, include anche Francesco Scasciamacchia e Vlad Morariu come parte integrante del curatorial board, e Claudia Balocchini come advisor legale.

Questo rappresenta per vessel un nuovo flusso di pensieri e idee che nel corso del si concentreranno sulle pratiche sociali e sulla geopolitica culturale con particolare attenzione alle aree del Sudest del Mediterraneo. Si è occupata di varie mostre, tra cui un solo show di Liam Gillick.

Nel inizia il sodalizio con Viviana Checchia, che porterà alla fondazione dello spazio non profit vessel. Insieme a Vincenzo Estremo sta portando avanti una ricerca progettuale incentrata sui cambiamenti sociali derivati dai nuovi fenomeni di mobilità e sul concetto di identità e comunità. In certi settori economici risulta abbastanza facile, nonostante la complessità della materia in sé, in ragione del settore merceologico.

Le difficoltà oggettive subentrano quando si parla di cultura e produzione culturale. Qui si fronteggiano in modo forte una difficoltà non recente e una sfera di necessità abbastanza consolidate. Si rende quindi necessario ragionare su due binari distinti ma destinati a convergere: E soprattutto come centrare i successivi.

Siamo certi che i dati sui quali ci confrontiamo siano davvero indicativi? Non dico che non siano veri, ma domando se ci aiutano davvero, accountability o meno, a chiarirci le idee sulla reale situazione della cultura e della cosiddetta industria culturale in Italia.

Vengono fuori numeri per miliardi, quando poi tutto difficilmente supera la misura del fatturato del venditore di kebab. Mi sembra che ci sia un pot-pourri di dati e situazioni, che difficilmente stanno assieme. Oppure, adesso che va di moda, inserendo design, moda, comunicazione.

Le città creative di una famosa ricerca prendevano i dati dei laureati e dei commercialisti per capire la classe creativa dove stava. Perché erano tra i pochi dati disponibili.

Molti laureati uguale molta creatività e competenza. Con una geografia imbarazzante e non corrispondente. Mi sembra che sia il problema di come misuriamo, chi misura e cosa. E di cosa vogliamo tirar fuori o vogliamo dirci.

Dati o meno, è chiaro a tutti che è un settore che non ha mai superato la soglia del dilettantismo, nel pubblico e nel privato. Non penso che possiamo mettere tutto nello stesso calderone e capirci qualcosa. Per ogni settore vanno fatte analisi e distinguo. Rimane un unico dato comune: Andiamo avanti a manifesti e proclami quando tutto, velocemente, si sgonfia.

Federculture, con il suo ultimo rapporto intitolato Cultura e Sviluppo. Sono soprattutto i musei statali, tanto bersagliati dai tagli, a essere in salute in termini di riconoscimento da parte del pubblico: A fare la parte da leone sono le mostre, al primo posto Van Gogh al Vittoriano di Roma, al secondo la Biennale Internazionale di Venezia.

E potremmo andare avanti ancora per molto. Mai una scelta necessaria e, verrebbe da dire, obbligata, per lo sviluppo non solo economico del Paese.

Confermi, anche la sequenza? Allora le gallerie non si chiamavano con un nome proprio: Poi i nostri rapporti sono stati sempre molto cordiali, quasi inesistenti ma cordiali, di rispetto reciproco.

Mio padre era un collezionista di arte romana - Mafai, Guttuso… che a un certo punto decide di diventare gallerista e mercante. Certo, dopo pochi anni le prime avvisaglie della Pop Art spazzarono via questo mondo, questa poetica diventata improvvisamente obsoleta: Quindi diversissima da oggi, soprattutto sul piano della quantità: Philip Glass e Richard Serra, per fare un esempio.

Tutto un mondo in ebollizione che non si ritrovava nelle classiche gal- lerie: Questo feci con la sede del garage: Poi, chi ha tirato fuori il termine Arte Povera è stato Celant: Ma io ero legato alle passeggiate lungo il Tevere. Un personaggio di grande raffinatezza, un gallerista che certamente ci Gino - che amava le donne in una sua maniera particolare: Un brutto esempio di irriconoscenza… Perché non hai fatto tu il Gran teatro delle Mostre?

Ogni 15 giorni si cambiava. Pistoletto aveva presentato i film, gli specchi con i guardaroba di Cinecittà, il Living Theater che viene e si traveste, insieme con il pubblico… De Martiis comprese che bisognava ulteriormente velocizzare le proposte, arrivando a una al giorno: Oggi lo sono ancora?

Abbiamo vissuto periodi in cui eravamo noi a dettare le linee, in assenza delle istituzioni. Tornano a essere dei negozi. E non si vede come si possa uscire da questa impasse. No, io non ho mai partecipato. Solo una volta, a Firenze, perché la fiera la organizzava Luciano Pistoi, e lui mi fece allestire uno spettacolo teatrale alla Fortezza da Basso. Ma lo stand rimase quasi vuoto, abbandonato, io ero a teatro. Pascali e Kounellis li hai citati più volte: Nel rapporto con gli artisti ho sempre proiettato anche le mie tensioni creative, per cui amavo seguire i giovani, vedere nascere le opere nello studio, condividere idee, soluzioni, progetti.

Pascali in questo ha corrisposto enormemente; Kounellis meno, lui aveva un temperamento più diffidente, anche se abbiamo fatto delle cose importantissime insieme.

Ne potrei raccontare tanti. Uno risale a quando facemmo lo Zodiaco, con i segni zodiacali viventi: Poi ricordo di quando lo tenni a battesimo di volo, come anche Kounellis, entrambi terrorizzati: Gli direi innanzitutto di non farlo con troppa faciloneria: Bisognerebbe in qualche modo restaurare una severità, non è possibile far passare tutto e tutti: Non si potrebbe mai definire una semplice passione né una deliberata scelta di linea culturale: Seguiranno, sempre in coppia con la Agalbato, gli allestimenti di Lui?

Ultimo successo, in ordine di tempo, Amlieto, ispirato alla tragedia shakespeariana, interpretato da Silvia Siravo e Fabrizio Vona [nella foto]. Certo che lo conosco, magari non lo frequento, ma lo stimo, come editore anche. Poi riconosco la sua importanza nel sostenere un artista anche per me molto importante come Giulio Paolini: E infatti la prima mostra fatta è stata proprio la sua.

Minini è un personaggio di grande raffinatezza, un gallerista che certamente ci tiene a non essere solo mercante. Nel chiudi lo spazio del garage di via Beccaria inondandolo con 50mila litri di acqua, una performance in piena regola… Quello fu un allagamento formalizzato: Eravamo in Germania, a Wiesbaden, per una mostra in un museo. Io allora mi ricordai di questa cosa e formalizzai questo allagamento della galleria: Per quasi mezzo secolo la scena italiana, diciamolo, è stata dominata da due signori di nome Germano Celant e Achille Bonito Oliva.

Bonito Oliva non concede niente a nessuno: Tanto la storia si scrive e si riscrive continuamente, ma comunque si arriva sempre a un momento in cui parlano i documenti. E i documenti dicono che Fuoco immagine acqua terra è del giugno , la mostra alla Bertesca di settembre. Ma sarebbe limitante e non si terrebbe conto delle grandi trasformazioni che questa capitale sta vivendo negli ultimi anni.

È la tua gabbia. Voleva capire se, una volta sviluppata una dipendenza, il cervello risultasse talmente alterato da non potersi più riprendere.

Se le droghe in effetti s'impossessavano di te. I topi mostravano qualche problema d'astinenza, ma smettevano presto di farne uso intensivo, tornando a vivere una vita normale. La gabbia buona li aveva salvati i riferimenti precisi a tutte le ricerche a cui faccio riferimento sono nel libro. Quando per la prima volta incappai in tutto questo rimasi perplesso. Ma più scienziati intervistavo, più consultavo le loro ricerche, più scoprivo cose che non sembravano aver alcun senso - a meno che non si prendesse in considerazione questo nuovo approccio.

Ecco l'esempio di un esperimento che si sta conducendo, e che un giorno potrebbe riguardarvi direttamente. Se oggi v'investissero e subiste una frattura al bacino, vi verrebbe probabilmente somministrata la diamorfina, nome medico dell'eroina. Nell'ospedale in cui vi troverete ci sarà tanta altra gente a cui viene somministrata l'eroina per lunghi periodi, per attenuarne il dolore. L'eroina che vi darà il medico sarà molto più pura e potente di quella adoperata dai tossici per strada, costretti a comprarla da spacciatori che la tagliano.

Un mucchio di gente dovrebbe lasciare l'ospedale per finire alla ricerca di una dose per strada, assecondando la dipendenza che avrebbero sviluppato. Ma ecco la cosa strana: Come il medico canadese Gabor Mate mi ha spiegato per la prima volta, coloro che ne fanno uso medico poi semplicemente smettono, pur essendo stata loro somministrata per mesi.

La medesima droga, fruita per la medesima quantità di tempo, trasforma chi ne fa uso per strada in tossici disperati, lasciando immutati i pazienti d'ospedale. Se siete ancora convinti - come anch'io un tempo - che la dipendenza sia causata dai ganci chimici, la cosa non avrà alcun senso. Ma se credete alla teoria di Bruce Alexander, tutto torna. Il tossico per strada è un po' come i topi della prima gabbia, isolato, solo, con un'unica fonte di consolazione a portata di mano.

Il paziente d'ospedale è come il topo della seconda gabbia. Si prepara a tornare a casa, a una vita in cui sarà circondato dalla gente che ama. Questo ci fornisce un'intuizione che va ben oltre il bisogno di comprendere i tossicodipendenti. Il professor Peter Cohen sostiene che gli esseri umani abbiano una profonda necessità di formare legami ed entrare in contatto gli uni con gli altri.

Se non siamo in grado di entrare in contatto con gli altri, entreremo in contatto con qualsiasi altra cosa - il suono di una roulette che gira, o l'ago di una siringa. Lui è convinto che dovremmo smettere del tutto di parlare di 'dipendenza', e chiamarla piuttosto 'legame'.

Un eroinomane si lega all'eroina perché non è stato in grado di legare in modo altrettanto forte con nient'altro. Ragion per cui il contrario della dipendenza non è la sobrietà. Ma il contatto umano. Quando ho saputo tutto questo, ho scoperto di aver cominciato a convincermene, ma non sono comunque riuscito a liberarmi da un dubbio assillante. Tutti questi scienziati sono forse convinti che i ganci chimici non facciano alcuna differenza? Per cui potrai avere il massimo della dipendenza, e nessun gancio chimico.

Ho partecipato a un incontro dei giocatori d'azzardo anonimi di Las Vegas col permesso di tutti i partecipanti, che sapevano di essere osservati e mi sembravano chiaramente dipendenti, tanto quanto qualsiasi altro cocainomane o eroinomane io abbia mai incontrato.

Eppure di ganci chimici sul tavolo da gioco non ce ne sono. Salta fuori che esiste un esperimento in grado di rispondere in termini molto precisi a questa domanda. Tutti concordano sul fatto che il fumo della sigaretta sia uno dei più grandi generatori di dipendenza. I ganci chimici del tabacco derivano da una droga al suo interno chiamata nicotina. Quando nei primi anni '90 sono stati sviluppati i cerotti alla nicotina ci fu un grande ottimismo - i fumatori di sigaretta avrebbero potuto godersi tutti gli amati ganci chimici senza le sporche e letali controindicazioni del fumo.

Ma la Direzione generale della sanità ha scoperto che appena il 17,7 per cento dei fumatori di sigarette sono in grado di mettere adoperando i cerotti alla nicotina. Ora, non è proprio roba da nulla.

Se le sostanze chimiche rappresentano il 17,7 per cento della dipendenza, come si è dimostrato, si parla comunque di milioni di vite rovinate in tutto il mondo. Le implicazioni per l'ormai centenaria guerra alla droga sono notevoli. Quest'enorme crociata - che come ho avuto modo di osservare uccide gente dai centri commerciali messicani alle strade di Liverpool - si fonda sulla convinzione che sia necessario eliminare fisicamente una vasta quantità di sostanze chimiche perchè s'impossessano dei cervelli della gente e ne causano la dipendenza.

Ma se non sono le droghe a portare alla dipendenza - se anzi a causarla è quel senso di scollegamento dagli altri - tutto questo non ha alcun senso. Ironicamente la guerra alla droga non fa che alimentare i macro fattori che portano alla dipendenza. Ad esempio mi sono recato in una prigione in Arizona - 'Tent City' - dove per punirli per l'uso di droga i detenuti vengono costretti per settimane e settimane all'interno di minuscole celle d'isolamento in pietra le chiamano 'il Buco'.

Cioè quanto di più vicino si possa arrivare a ricreare per gli uomini le gabbie che garantivano la dipendenza letale dei topi. E quando poi quei detenuti ne fuoriescono, la fedina penale impedirà loro di essere assunti - garantendone per sempre l'isolamento. L'ho visto accadere in diversi casi a persone che ho incontrato in giro per il mondo. L'ho visto coi miei occhi. Quasi quindici anni fa il Portogallo aveva una delle situazioni peggiori di tutta Europa quanto a diffusione degli stupefacenti, con l'1 per cento della popolazione dipendente da eroina.

Avevano provato con la guerra alla droga, e il problema non faceva che peggiorare. Stabilirono di depenalizzare tutti gli stupefacenti, rinvestendo il denaro che prima spendevano per arresto e detenzione del tossicomane, e adoperandolo invece per rimetterlo in comunicazione - coi propri sentimenti e con la società più ampia.

Li osservavo mentre venivano aiutati all'interno di ambulatori ricchi di calore umano e accoglienti, per imparare a tornare in contatto coi propri sentimenti, dopo anni di trauma e di silenzioso stordimento dovuto alle droghe. Uno degli esempi di cui sono venuto a conoscenza è un gruppo di tossicodipendenti a cui è stato offerto un prestito per mettere in piedi una piccola azienda di traslochi. D'un tratto erano diventati un gruppo, legarono tutti fra loro, e con la società, e si fecero responsabili della cura dell'altro.

I primi risultati stanno arrivando. Una ricerca indipendente del British Journal of Criminology ha scoperto che dal momento della sua totale depenalizzazione le dipendenze sono crollate, e l'uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento.

Il risultato della depenalizzazione è stato un successo talmente chiaro che in pochi in Portogallo aspirano a tornare al vecchio sistema. Il primo oppositore della depenalizzazione, nel , era stato Joao Figueira, il più importante poliziotto antidroga del Paese. All'epoca lanciava quel genere di avvertimenti che ci si aspetterebbe dal Daily Mail o da Fox News. Ma quando poi ci siamo incontrati a Lisbona, mi ha spiegato come le sue previsioni non si siano avverate, e come oggi lui speri che tutto il mondo segua l'esempio del Portogallo.

Riguarda tutti noi, perché ci costringe a pensare a noi stessi in maniera diversa. Gli esseri umani sono animali sociali. Abbiamo bisogno legare, di entrare in contatto e di amare. Il tutto corroborato da un corretto confronto con gli artisti italiani, troppo spesso sottovalutati e dimenticati. Per questo, il futuro della fiera è configurarsi sempre più come un collettore di ambiti, strutture ed esperienze variegate.

ACO, alla sua quarta edizione. ACO ha prodotto un motore di azione reale che inizia a raccogliere risultati, nella vendita e quantomeno nella generazione di interesse. Come direttore di ArtRio, cerco di seguire tutte queste linee-guida. Non è un caso, infatti, che le istituzioni storiche puntino molto su rassegne tematiche che rappresentano in fondo il pensiero di alcuni curatori, che è naturalmente selettivo.

Questo si spiega in due modi: Le fiere diven- tano un evento glamour e sociale a cui essere assolutamente presenti e a cui partecipare. Il rischio è la saturazione ed è importante che le fiere sappiano sviluppare una propria identità forte.

Fiere lanciate con la mano sinistra da amministrazioni comunali locali solo per la valorizzazione di spazi fieristici disponibili non possono avere un grande futuro. Ogni fiera deve essere diversa, altrimenti visitatori e gallerie perdono interesse. ARCOMadrid vuole essere una piattaforma per i nuovi artisti, e lo fa attraverso un programma di taglio curatoriale e il coinvolgimento di tanti direttori di museo, curatori, collezionisti e altri professionisti.

Oggi stiamo portando avanti nuove idee per portare più clienti alle gallerie, come il programma First Collectors o un nuovo strumento web, per trovare nuovi clienti nel mercato online. Art Basel Miami Beach rappresenta il culmine di questo genere di eventi. Abbiamo tutti delle vite incredibilmente impegnate oggi, e negli ultimi dieci anni, purtroppo, le gallerie sono sempre state meno supportate dagli abitanti delle proprie città, spesso sopraffatti dal lavoro, dalla famiglia e dalla cura della propria salute.

Inoltre, i collezionisti e gli altri visitatori sono sempre più in difficoltà nel tenersi aggiornati su tutte le gallerie che nascono in giro per il mondo o anche solo nella propria città. Simona Pampallona, fotografa romana sempre in viaggio, ha immortalato per noi quattro luoghi di Bangkok.

A tema artistico, naturalmente. Artribune Magazine vi porta in Thailandia. La genesi del museo è stata travagliata: Inaugurato nel , oggi il centro ospita mostre di artisti locali e internazionali. La costruzione, nota anche come Pixel Palace a causa della sua forma un nastro di rilievi cubici la scava come una scultura , ospiterà residenze superlusso e oltre I lavori, iniziati nel , dovrebbero concludersi nel Oggi la Jim Thompson Foundation si occupa di finanziare giovani artisti, thailandesi e non.

Fin da giovanissima, molta della sua arte è stata ispirata alla figura di sua nonna, con la quale ha avuto un rapporto speciale. Tutta la sua ricerca, fortemente intrisa di temi religiosi e spirituali, si confronta con temi universali come il tempo, la mortalità e la percezione del corpo.

Incubator, mettendo a disposizione di curatori e artisti le competenze e le conoscenze che vessel ha rispetto al contesto locale, nazionale e internazionale, facilita i singoli o i collettivi siano essi artisti, curatori o teorici nella realizzazione di progetti e successivamente facilita la generazione di esternalità positive per il territorio in cui vessel opera.

Il materiale prodotto da tale ricerca viene documentato attraverso il video. Questo èun esempio di come vessel opera e intende operare: Durante il , vessel intende investire energie in Incubator perché crede fortemente che in questo modo molti progetti possano venire alla luce e diventare ricerche pubbliche, cioè fruibili e accessibili. E che analizza in forme inedite il ruolo del curatore e delle mostre.

Vessel nasce nel a Bari, dopo un anno di incubazione, riflessioni e ricerche. Il progetto è stato concepito dalle curatrici Viviana Checchia e Anna Santomauro e si è sviluppato organicamente nel corso della loro collaborazione sancita da progetti come 1h art e Green Days.

Il bando indetto dalla Regione Puglia, Principi attivi, che finanzia progetti innovativi per il territorio regionale, ha rappresentato una spinta decisiva nella formalizzazione e concettualizzazione del progetto vessel. La propensione ad attivare sistemi collaborativi, di dialogo e interazione fra geografie, discipline e linguaggi differenti si riflette nei diversi formati adottati. Una serie di laboratori, talk e workshop ai quali hanno contribuito, tra gli altri, artisti come Nico Angiuli, Leone Contini, Rosa Jijon, Daniele Guadalupi, e organizzazioni come Radical Intention, hanno delineato una scelta di campo che, sperimentando formati alternativi alla mostra, pone in primo piano il processo artistico piuttosto che il suo risultato.

Sono coinvolte due istituzioni culturali affermate: Realtà marginali, Cooptazione e Resistenza è stato il primo appuntamento della serie di symposia e ha avuto luogo a Bari. La città e la regione Puglia hanno una forte e ben definita identità connessa con la loro storia, le tradizioni e la posizione geografica. Oggi vessel sta attraversando una stimolante fase di rigenerazione e apertura a nuove collaborazioni. Il team, originariamente composto da Viviana Checchia e Anna Santomauro, responsabili della curatela, Vincenzo Estremo per la grafica, Fabio Gnali per la comunicazione e Andrea Vara per il fundraising, include anche Francesco Scasciamacchia e Vlad Morariu come parte integrante del curatorial board, e Claudia Balocchini come advisor legale.

Questo rappresenta per vessel un nuovo flusso di pensieri e idee che nel corso del si concentreranno sulle pratiche sociali e sulla geopolitica culturale con particolare attenzione alle aree del Sudest del Mediterraneo.

Si è occupata di varie mostre, tra cui un solo show di Liam Gillick. Nel inizia il sodalizio con Viviana Checchia, che porterà alla fondazione dello spazio non profit vessel. Insieme a Vincenzo Estremo sta portando avanti una ricerca progettuale incentrata sui cambiamenti sociali derivati dai nuovi fenomeni di mobilità e sul concetto di identità e comunità.

In certi settori economici risulta abbastanza facile, nonostante la complessità della materia in sé, in ragione del settore merceologico. Le difficoltà oggettive subentrano quando si parla di cultura e produzione culturale. Qui si fronteggiano in modo forte una difficoltà non recente e una sfera di necessità abbastanza consolidate. Si rende quindi necessario ragionare su due binari distinti ma destinati a convergere: E soprattutto come centrare i successivi.

Siamo certi che i dati sui quali ci confrontiamo siano davvero indicativi? Non dico che non siano veri, ma domando se ci aiutano davvero, accountability o meno, a chiarirci le idee sulla reale situazione della cultura e della cosiddetta industria culturale in Italia.

Vengono fuori numeri per miliardi, quando poi tutto difficilmente supera la misura del fatturato del venditore di kebab. Mi sembra che ci sia un pot-pourri di dati e situazioni, che difficilmente stanno assieme. Oppure, adesso che va di moda, inserendo design, moda, comunicazione. Le città creative di una famosa ricerca prendevano i dati dei laureati e dei commercialisti per capire la classe creativa dove stava.

Perché erano tra i pochi dati disponibili. Molti laureati uguale molta creatività e competenza. Con una geografia imbarazzante e non corrispondente. Mi sembra che sia il problema di come misuriamo, chi misura e cosa. E di cosa vogliamo tirar fuori o vogliamo dirci. Dati o meno, è chiaro a tutti che è un settore che non ha mai superato la soglia del dilettantismo, nel pubblico e nel privato. Non penso che possiamo mettere tutto nello stesso calderone e capirci qualcosa.

Per ogni settore vanno fatte analisi e distinguo. Rimane un unico dato comune: Andiamo avanti a manifesti e proclami quando tutto, velocemente, si sgonfia. Federculture, con il suo ultimo rapporto intitolato Cultura e Sviluppo. Sono soprattutto i musei statali, tanto bersagliati dai tagli, a essere in salute in termini di riconoscimento da parte del pubblico: A fare la parte da leone sono le mostre, al primo posto Van Gogh al Vittoriano di Roma, al secondo la Biennale Internazionale di Venezia.

E potremmo andare avanti ancora per molto. Mai una scelta necessaria e, verrebbe da dire, obbligata, per lo sviluppo non solo economico del Paese. Confermi, anche la sequenza? Allora le gallerie non si chiamavano con un nome proprio: Poi i nostri rapporti sono stati sempre molto cordiali, quasi inesistenti ma cordiali, di rispetto reciproco.

Mio padre era un collezionista di arte romana - Mafai, Guttuso… che a un certo punto decide di diventare gallerista e mercante. Certo, dopo pochi anni le prime avvisaglie della Pop Art spazzarono via questo mondo, questa poetica diventata improvvisamente obsoleta: Quindi diversissima da oggi, soprattutto sul piano della quantità: Philip Glass e Richard Serra, per fare un esempio. Tutto un mondo in ebollizione che non si ritrovava nelle classiche gal- lerie: Questo feci con la sede del garage: Poi, chi ha tirato fuori il termine Arte Povera è stato Celant: Ma io ero legato alle passeggiate lungo il Tevere.

Un personaggio di grande raffinatezza, un gallerista che certamente ci Gino - che amava le donne in una sua maniera particolare: Un brutto esempio di irriconoscenza… Perché non hai fatto tu il Gran teatro delle Mostre? Ogni 15 giorni si cambiava. Pistoletto aveva presentato i film, gli specchi con i guardaroba di Cinecittà, il Living Theater che viene e si traveste, insieme con il pubblico… De Martiis comprese che bisognava ulteriormente velocizzare le proposte, arrivando a una al giorno: Oggi lo sono ancora?

Abbiamo vissuto periodi in cui eravamo noi a dettare le linee, in assenza delle istituzioni. Tornano a essere dei negozi. E non si vede come si possa uscire da questa impasse. No, io non ho mai partecipato. Solo una volta, a Firenze, perché la fiera la organizzava Luciano Pistoi, e lui mi fece allestire uno spettacolo teatrale alla Fortezza da Basso.

Ma lo stand rimase quasi vuoto, abbandonato, io ero a teatro. Pascali e Kounellis li hai citati più volte: Nel rapporto con gli artisti ho sempre proiettato anche le mie tensioni creative, per cui amavo seguire i giovani, vedere nascere le opere nello studio, condividere idee, soluzioni, progetti.

Pascali in questo ha corrisposto enormemente; Kounellis meno, lui aveva un temperamento più diffidente, anche se abbiamo fatto delle cose importantissime insieme. Ne potrei raccontare tanti. Uno risale a quando facemmo lo Zodiaco, con i segni zodiacali viventi: Poi ricordo di quando lo tenni a battesimo di volo, come anche Kounellis, entrambi terrorizzati: Gli direi innanzitutto di non farlo con troppa faciloneria: Bisognerebbe in qualche modo restaurare una severità, non è possibile far passare tutto e tutti: Non si potrebbe mai definire una semplice passione né una deliberata scelta di linea culturale: Seguiranno, sempre in coppia con la Agalbato, gli allestimenti di Lui?

Ultimo successo, in ordine di tempo, Amlieto, ispirato alla tragedia shakespeariana, interpretato da Silvia Siravo e Fabrizio Vona [nella foto]. Certo che lo conosco, magari non lo frequento, ma lo stimo, come editore anche. Poi riconosco la sua importanza nel sostenere un artista anche per me molto importante come Giulio Paolini: E infatti la prima mostra fatta è stata proprio la sua. Minini è un personaggio di grande raffinatezza, un gallerista che certamente ci tiene a non essere solo mercante.

Nel chiudi lo spazio del garage di via Beccaria inondandolo con 50mila litri di acqua, una performance in piena regola… Quello fu un allagamento formalizzato: Eravamo in Germania, a Wiesbaden, per una mostra in un museo. Io allora mi ricordai di questa cosa e formalizzai questo allagamento della galleria: Per quasi mezzo secolo la scena italiana, diciamolo, è stata dominata da due signori di nome Germano Celant e Achille Bonito Oliva.

Bonito Oliva non concede niente a nessuno: Tanto la storia si scrive e si riscrive continuamente, ma comunque si arriva sempre a un momento in cui parlano i documenti. E i documenti dicono che Fuoco immagine acqua terra è del giugno , la mostra alla Bertesca di settembre. Ma sarebbe limitante e non si terrebbe conto delle grandi trasformazioni che questa capitale sta vivendo negli ultimi anni. Oggi Sofia è una città cosmopolita con oltre 1 milione di abitanti.

Resta ancora molto da fare, altroché, ma il primo passo è compiuto. In questo numero ci spostiamo a nord, nella patria di Christo e Nedko Solakov. Per vedere come sta cambiando Sofia e la Bulgaria. Inutile sottolineare che Marcel Duchamp è tra i maggiori trasgressori e ideatori del contemporaneo. Vanno menzionate le mostre Bulgaria avantgarde nel al Kunstlerwerkstatt Lothringerstrasse di Monaco in Germania curatore Iara Boubnova [nella foto], concept Haralampi G.

Queste attività sono state documentate da numerose pubblicazioni: Che non consistono soltanto in un programma di mostre personali e collettive di artisti giovani e affermati sia bulgari che stranieri qualche nome? Al disegno architettonico di riconversione ha lavorato lo studio dei Kadinovi Brothers. La struttura, costata 1,5 milioni di euro, dipende dalla National Art Gallery, attualmente chiusa per ristrutturazioni. Fondata nel dal sindaco della città e negli anni seguenti traslocata in più occasioni, la Sofia Art Gallery possiede una raccolta estesissima di dipinti, sculture, disegni e grafica bulgari.

Sul fronte privato, le iniziative sono piuttosto rare. Resta poco altro, se non qualche iniziativa più prettamente commerciale, come The Museum Gallery of Modern Art, e gallerie più orientate alla ricerca come la Lessedra Art Gallery. Di pochi anni precedente è la realizzazione del primo archivio e dipartimento di fotografia, presso la Sofia Art Gallery. Oltre alla capitale Sofia, nonostante una vibrante serie di altri centri culturali, poche sono le grandi iniziative artistiche nel resto della Bulgaria.

Il festival è un evento che si tiene a metà ottobre. Ideato dal critico Nikolai Loutliev, coinvolge tutti gli spazi della città nella manifestazione: Pochi sono infatti gli ingredienti per la trasformazione di un quartiere. Un intervento di Ben Vautier, realizzato nel su un muro cieco che si affaccia su place Féhel, sembra essere diventato il manifesto di un rinnovamento culturale che oltrepassa i luoghi comuni. Più piccolo rispetto alla sorella Cosmic, il suo spazio espositivo è lasciato alla sperimentazione degli artisti e al possibile sovvertimento, anche strutturale, di pareti, passaggi e arredi.

Si parla di Belleville, a Parigi, area ancora in parte snobbata dai parigini tout court. Proseguendo nella piccola e stretta rue Jouye-Rouve, dove il rendezvous vero per una serata branché è Le Baratin [si veda il box], bistrot frequentatissimo e dalla cucina alternativa, le gallerie sono addirittura quattro, tre delle quali aperte solo a fine Sono neonate, minuscole, ma tutte ben avviate.

Non ci arrivate direttamente, non selezionate la stazione della metropolitana più vicina, prendetela larga. Già pluripremiati, i fratelli Tischenko, che gestiscono questo neobistrot in maniera semplice ed efficace, hanno poco meno di 60 anni in due. Il menu completo per il déjeuner? A questo punto è comprensibile la voglia di infilarsi in tutto e per tutto dentro Belleville.

E allora dove prenotare se non a Le Baratin? Non solo è il ristoranteicona del gallery district di cui vi abbiamo parlato in questo articolo, ma è anche uno dei posti parigini più chiacchierati in assoluto anche in Italia.

Anche qui una cucina di prodotto, diretta, netta, decisa. Non è raro trovare seduto in questa pseudo-bettola addirittura Inaki Aizpitarte. Lo Chateaubriand di Inaki è, inutile girarci attorno, il posto da cui è nata tutta la tendenza bistronomica francese. Dopo avere regalato al mondo la Nouvelle Cousine negli Anni Settanta, i francesi si sono inventati questa nuova formula che mescola suggestioni gastronomiche di altissimo livello con prezzi e soprattutto impostazione da bistrot: Per trovarlo, la passeggiata dalla zona delle gallerie non occupa più di 10 minuti a piedi.

Perché almeno siete vicini alla fondazione Maison Rouge, che dal 19 ottobre esporrà la collezione di Giuliana e Tommaso Setari. E poi ci sarà anche un pochino di Artribune, in mostra Mentre in un paio di questi effervescenti spazi sembra di essere a Berlino piuttosto che a Parigi, tra neoconcettualismo o postminimalismo, gli artisti della Galerie de Roussan, tutti emergenti, si distinguono per una ricerca più secca e decisa, che pare voglia scardinare definitivamente i concetti di forma e contenuto François Mazabraud, Sandra Aubry e Sébastien Bourg.

In ogni caso, ritroveranno quasi tutte le gallerie del quartiere al Grand Palais in occasione della prossima edizione della Fiac in ottobre. U no straordinario progetto di pianificazione territoriale e culturale, quello compiuto dalla città di Zurigo insieme alla società Löwenbräukunst.

Ora è diverso, tutti mi dicono: Il Migros Museum für Gegenwartskunst ha invece presentato la performance di Ragnar Kjartansson, una preview della sua prima personale elvetica che doveva inaugurare il 31 agosto. Succede nella parte ovest del centro svizzero, un tempo sinonimo di banche e grigiore.

Ora la scommessa è portarci anche gli zurighesi. Ma forse il paragone più calzante è quello con Basilea, e non a caso la My art guide Basel propone una sezione Art in Zürich. Ma guai a dirlo: Del progetto vi avevamo già parlato sul secondo numero di Artribune Magazine, nel reportage dedicato alla città elvetica. E fra pochi mesi, comunque entro il , dovrebbero finalmente spuntare le gru, che opereranno per quattro anni. E per dirla con i numeri: Una zona, quella della hall, che si apre su tre lati e che vivrà di vita propria, ovvero con un orario di apertura esteso rispetto a quello del museo vero e proprio.

Il primo e secondo piano sono stati concepiti come una teoria di stanze di dimensioni differenti, con muri riposizionabili e mezzanini che percorrono tutto il perimetro del building, affacciandosi sulla hall del pianterreno.

Quali erano e quali sono i problemi del Maxxi? Cosa ha portato, al di là dei cavilli bilancistici e burocratici, alla necessità di un commissariamento? La decisione è stata presa dalla direzione vigilante quella della valorizzazione su diretta indicazione del ministro.

Nonostante ci fossero stati nei mesi precedenti dei solleciti in questo senso. E a questi solleciti il Ministero non aveva avuto risposte? Si puntava, nelle risposte, esclusivamente al tema dei fondi. E dunque la corda si è spezzata. Questo insieme di concause, per tornare alla domanda iniziale, ha portato al commissariamento.

È stata anche una sfida il tentativo di innestare procedure di lavoro nuove, mobilitare le risorse sul raggiungimento degli obiettivi. Alle richieste progettuali e di visione concreta da parte del Ministero, il Maxxi rispondeva con richieste di fondi In presenza di commissariamento, parliamo del commissario! La mia esperienza è stata sicuramente utile e non solo per questa fase di commissario del Maxxi, ma in generale come approccio alle problematiche gestionali e manageriali.

Sono contenta di avere introdotto alcuni strumenti di lavoro che oggi sembrano banali. Ma la vittoria più grande è stata instillare nei collaboratori la cultura del risultato, convincendo che questa deve essere vincente sulla cultura della procedura, della pratica, del fascicolo Una cosa che, invece, non è riuscita a fare in quegli anni.

Il progetto della trasparenza totale nei confronti dei cittadini. Volevo dare accesso online a tutti i procedimenti amministrativi, a tutte le decisioni. Il cittadino XI Area di cantiere e ingresso ai garage interrati Area dove viene allestito il programma Yap Lucidità, competenza, spirito volitivo e grande attenzione ai particolari. Con una logica davvero innovativa per un grande funzionario pubblico.

Area sulla quale si dovrebbe realizzare il nuovo edificio deve interloquire totalmente stando a casa e deve esserci una tracciabilità delle domande e delle risposte.

Un commissario, oltre a riorganizzare la macchina, deve compiere anche scelte impopolari e dargli sotto coi tagli. Al Maxxi quali sono gli sprechi che ha trovato? Non ho trovato grandi sprechi, anche se è stata fatta una puntuale spending review.

Non dipende dalle persone, perché a livello individuale si tratta di tutte persone di qualità. Chiudere i contratti a progetto è stato indispensabile in questa fase e con grande dispiacere , ma mi auguro che parte di questi possano essere recuperati una volta finita la fase di emergenza. Insomma, il fatto è che mancava a mio parere una regia, un punto di coagulo e di indirizzo. Quale esempio di disorganizzazione e inefficienza?

Il totale dei dipendenti magari è quello giusto, ma vanno distribuiti in maniera più coerente. Sta interpretando il suo incarico in maniera volitiva, non passiva come spesso accade in molti commissariamenti che vivacchiano in attesa di passare la palla. Questo significa che si sta mettendo mano anche allo statuto della Fondazione? La Fondazione va a mio parere riposizionata. Dando maggiore valorizzazione alle competenze scientifico-culturali e rafforzando queste competenze.

Bisogna poi che tutti i sostenitori partecipino ai processi decisionali. Oggi hanno sostanzialmente solo un elenco di benefit, ma non vi è un loro coinvolgimento nelle scelte. Forme partecipative vanno studiate sotto forma assembleare, in modo che possano dare un contributo propositivo. Intanto, per ora, i sostenitori appaiono furenti per il commissariamento e per come è avvenuto Mi auguro che i sostenitori non diminuiscano, anche se molti di loro in questa fase sono preoccupati.

Hanno una grande potenzialità. Gente che fa proposte, che propone sperimentazioni, che suggerisce, che anticipa. Ho sempre puntato a far vincere la cultura del risultato sulla cultura della procedura.

Il Comune di Roma per il momento non entra nella Fondazione, ma stiamo facendo in modo di cambiare il rapporto tra ministero e Comune, e dunque tra Maxxi e Macro. In modo che venga meno questa sorta di competizione tra i due musei, che è una competizione in perdita.

Dunque avanti con le sinergie. Ad esempio con grandi mostre che si svolgeranno sia al Macro che al Maxxi Il Maxxi deve impostare il suo ruolo in un rapporto da pari a pari con i grandi musei europei e occidentali.

Come mai, secondo lei, fino ad oggi questo rapporto non si è riuscito effettivamente a compiere? Il museo è partito da pochi anni e il contesto è molto competitivo, dunque non è facile. Il Maxxi deve produrre assieme alle grandi realtà internazionali. A che punto siamo? Sono compiti specifici della missione della Fondazione: Antonia Pasqua Recchia ritiene di restare commissario della Fondazione Maxxi fino a che data, realisticamente? Per i prossimi mesi ci sarà una grande mostra di William Kentridge prodotta da noi.

Quale il suo identikit? Compito del commissario è anche quello di portare soci nuovi dentro la compagine della Fondazione? Lo statuto nuovo aiuterà molto in questo senso, sarà più snello. Lavorando al nuovo statuto, stiamo chiarendo alcuni punti e togliendo molte ridondanze. Nuovi soci significa anche nuove risorse per il Maxxi. Al netto degli auspicabili interventi privati, quale sarà la dotazione sulla quale, finito il commissariamento, potrà contare il museo annualmente e stabilmente?

La dotazione finale finito il commissariamento non la posso ipotizzare, perché il ministero sta attraversando un periodo durissimo di revisione della spesa, con tagli orizzontali del proprio budget che incidono pesantemente anche sulla nostra missione storica di salvaguardia e tutela, dunque figuriamoci Ma il Maxxi, con una programmazione credibile e di qualità, quanto costa? Tra gli otto milioni e mezzo e i nove milioni di euro.

Evidentemente il ministero non riesce a coprire neppure la metà di questa necessità. Ecco perché autofinanziamento e sponsorizzazioni diventano strategiche. Come commissario li ha analizzati? Che feedback ne ha ricavato? Non un feedback di grandissima soddisfazione.

Soprattutto per quanto riguarda il bookshop e il ristorante. Antonia Pasqua Recchia riconsegnerà le deleghe nelle mani del ministro il quale nominerà, per i posti che competono al ministero, dunque tutti fuorché uno che compete alla Regione Lazio, i nuovi consiglieri.

A questo punto spetterà al presidente, ad esempio, decidere se confermare o meno i direttori attuali: Il Maxxi, in sostanza, potrà avere non più due direttori, uno per disciplina, ma un direttore artistico, una figura intermedia, oggi inesistente, tra i curatori di settore e il presidente. Solo fare moral suasion.

Stiamo lavorando per aprirlo, stiamo ragionando rispetto al provveditorato alle opere pubbliche. Qual è la sua visione su questo importante passaggio? Certamente il gruppo LVMH di Bernard Arnault è interessato a fare una proposta di project financing per completare una parte degli edifici del progetto di Zaha Hadid che ancora non sono stati costruiti non quello che era previsto al posto della piazza, che invece resterà. È in corso una valutazione per comprendere la fattibilità giuridica di questa proposta.

A quel punto, in caso di via libera, ci sarà un bando che, come in questi casi, sarà aperto a tutti: Occorre sgombrare il campo da questa ipocrisia. Poi qualcuno dopo di me la renderà più grande e la farà correre Che tempi ci saranno? Decidere se farlo o no sarà una cosa che portiamo a casa con la fine del commissariamento, dunque a brevissimo. Un suo giudizio e un giudizio su come questa nomina potrà influire sulla partita del Maxxi.

Penso che la direzione della valorizzazione abbia un ruolo importante in termini di cooperazione con il Maxxi. Per scoprire che cosa bolle in pentola. La formula resta la medesima, uguale per tutti: Il concetto di macroregione in Europa sono 64 è probabilmente il futuro con cui ci dovremo confrontare. Non è quindi il caso di cominciare a ragionare fin da subito, accelerando i processi, su come la cultura possa contribuire a queste trasformazioni?

Queste sono le domande, le riflessioni che bisognerebbe fare per avere quella competitività che la dimensione europea richiede. E siccome tale dimensione oggi non si interpreta in zone micro, ma in zone molto più vaste, abbiamo scelto questo territorio e di candidarci. Vogliamo competere, vogliamo arrivare a capire se possiamo vincere, anche se questo è un lavoro che in ogni caso dobbiamo fare. Noi abbiamo una complessità molto più vasta, con molte province, centinaia di città, moltissimi luoghi Unesco, moltissime vocazioni e abbiamo quindi, innanzitutto, scelto un tema.

Ovvero il rapporto tra economia e cultura. Abbiamo fatto incontri con la Guggenheim, con Palazzo Grassi, con la Biennale, solo per parlare di Venezia, e anche con molti altri che lavorano su questo terreno.

Una delle cose che è in discussione in questo momento è la differenza che ci sarà per le capitali europee dopo il Con Marsiglia abbiamo una collaborazione aperta, verranno invitati e saranno presenti in diverse occasioni. Ognuno dei membri del Comitato ha coinvolto le terre di cui è responsabile, indicendo giornate di lavoro e convocando comuni, pro- vince, comunità montane, aziende, categorie economiche, istituzioni culturali ecc. Il tessuto privato sarà naturalmente coinvolto.

Penso alla rete delle camere di commercio o delle fondazioni bancarie noi ne abbiamo più di dieci ma anche quella legata a Confindustria. Se il tuo tema è il rapporto tra economia e cultura, se non intessi una relazione con il privato sfuggi ad alcuni punti fondamentali. Ma non è solo un tema della candidatura, è un tema del futuro come tutti noi sappiamo e come spesso anche voi indicate nel giornale. Stiamo preparando una roadshow, ad esempio, 13 incontri pubblici, aperti a tutti, uno per provincia, per andare a presentare il progetto di candidatura, temi, reti, ipotesi e manifestazioni.

A Bolzano si sta svolgendo la manifestazione 19x19, incontri con il pubblico nelle varie località del territorio. Come state lavorando per raggiungere i vostri obiettivi? Le eccellenze del territorio che desiderate valorizzare? Il confronto con il privato come avviene? Qualche anticipazione sulle azioni che svilupperete nel prossimo futuro?

Perché è una città veramente unica e, anche se altre citta italiane come Venezia, Ravenna e Siena potrebbero dire egualmente, Matera è il cuore del Sud e lo rappresenta mirabilmente.

La sua notorietà a livello internazionale è cresciuta notevolmente negli ultimi anni, soprattutto per un concetto oggi fondamentale: Essere una città vera, non un patrimonio prima di tutto turistico ma, anzi, un paesaggio che è prima di tutto proprietà e orgoglio dei suoi abitanti rende Matera inimitabile. I nostri obiettivi principali sono tre: A tutto questo stiamo lavorando in pieno accordo con tutte le istituzioni locali, essendo di supporto a una convergenza progettuale che in questo momento di crisi è diventata essa stessa un valore.

Siamo molto trasparenti sulle azioni che sviluppiamo, perché crediamo in una competizione nazionale che si sviluppi più su base cooperativa che su una base di sfida. Tra le azioni principali a cui stiamo lavorando, fondamentale quella che riguarda il coinvolgimento delle scuole e la partecipazione degli studenti, non tanto come pubblico ma piuttosto come ambasciatori e mediatori tra la candidatura, le famiglie e i progetti che proporremo nel dossier che prepareremo nel Poi vorrei citare un progetto che abbiamo appena avviato con la Fondazione Olivetti in uno dei quartieri simbolo della Matera contemporanea, il quartiere La Martella, disegnato da Quaroni su invito di Olivetti.

Ci interessano ovviamente le città di dimensioni medio-piccole, come quella di Mons, che sarà capitale nel e rappresenterà il Belgio: Stiamo lavorando con tutte le aziende principali presenti in Basilicata, dalle più grandi come Fiat ed Eni, fino al tessuto dei produttori agricoli e gastronomici.

Non crediamo a una cultura che chiede i soldi ai privati per metterli in progetti pubblici, ma in un progetto urbano in cui pubblico e privato fanno progetti insieme a vantaggio della collettività. Per costruire la candidatura stiamo lavorando con tutta Italia e tutta Europa: Ovvio che anche in questo senso ci sarà uno sforzo ancora maggiore e un investimento culturale ed identitario forte.

Anche questo, infatti, rientra nella politica di valorizzazione dei giovani. Le candidature italiane sono tutte di alto livello: Tuttavia Bergamo ha due grandi qualità: È nota per la sua potenza imprenditoriale e produttiva, ma non per il suo valore culturale e storico-artistico.

Quindi apertura e servizi di scambio interculturale. I nostri obiettivi sono principal- mente due, seppur articolati in diverse parti: Abbiamo già segnali di risposta dai giovani, che sono proprio quelli da cui ci aspettiamo di più. La GAMeC è una punta di eccellenza di cui siamo molto orgogliosi e ha già prodotto mostre ed eventi di livello internazionale, nonché mostre 4.

Il nostro sforzo genererà un sistema per la cultura che - comunque vada - rimarrà una cifra stilistica di Bergamo per il futuro. Stiamo cercando di cambiare noi stessi, la città e il modo di fare cultura: Questa è la città dei mecenati, della tecnologia, della sperimentazione artigianale e della cultura rinascimentale: Bergamo è un sogno di città dove si vive, si lavora e ci si diverte circondati dal bello.

Sono in corso di completamento gli organici del comitato promotore e del comitato sostenitore. Gli artisti coinvolti saranno chiamati a esprimere in ogni campo un serrato dialogo tra la perdurante vitalità di quanto ci viene dalle epoche trascorse e le più avanzate manifestazioni di creatività del nostro tempo.

Inoltre, abbiamo calendarizzato un articolato meccanismo di avvicinamento al Tuttavia, il nostro è un caso inedito e, speriamo per tutti, irripetibile. Spetta a noi creare il nostro mo- 1. A partire dalla metà degli Anni Novanta, numerose mostre seminali hanno sfidato la legittimità degli auto-proclamati specialisti occidentali per dare spazio a un gruppo di voci africane in rappresentanza di un intero continente e della sua diaspora.

Curare il genere, il genere femminile, significa innescare una serie di discussioni specifiche che riguardano le donne artiste africane e i professionisti della diaspora che hanno dimestichezza con il pensiero femminista nero. Questo progetto consiste in una collezione di immagini, elementi sonori e testi inizialmente presentata in forma virtuale su Internet. Process vuole esplorare i terreni al di là della narrativa e della rappresentazione. Propone di guardare ai concetti come ad atti creativi e di avvicinarsi alle esperienze sensoriali oltre la fisicità dello spazio espositivo.

E restare in uno stato di permanente riformulazione. Piuttosto, smorzare la paternità unica e unidirezionale attraverso la partecipazione dei diversi attori coinvolti artisti, architetti, filosofi, scienziati, critici ecc.

Applicare le strategie del collettivo. La tensione è cruciale. Conflitto come effetto in grado di controbilanciare e creare tensione. Conflitto come modo per raggiungere la coscienza. Conflitto come consapevolezza di muoversi in un regno sintetico di natura. But I suspect my sisters and other comrades also have at times tended to simply believe what they looked up in a reference work, instead of remembering that this form of writing is one more process for inhabiting possible worlds — tentatively, hopefully, poly-vocally, and finitely.

La parola condivide la sua radice con altre due parole: Reloading Images Kaya Behkalam, Roberto Cavallini, Azin Feizabadi, Carla Esperanza Tommasini è una entità artistica ibrida e una organizzazione non profitche attualmente lavora sulle intersezioni fra iconofilia e iconoclastia dalle città de Il Cairo, Izmir, Berlino e Trento www.

Che la velocità di crociera si stia stabilizzando? Ma anche in Oriente si è fatta pressante la richiesta di opere di qualità di artisti già storicizzati pur se contemporanei. Il venir meno delle componenti speculative è andata di pari passo con la diminuzione del fatturato annuale delle big four. Nel comparto del moderno sta diventando sempre più difficile reperire opere appetibili per i collezionisti, dato che qui entra in gioco il fattore scarsità. Ma anche nel comparto del contemporaneo non è meno difficile: Ad esempio, BloodlineBig Family: Fino al , il mercato delle opere cinesi era dominato dai collezionisti occidentali.

I compratori orientali esistevano già, ma in numero molto esiguo. Fino a cinque anni fa erano proprio gli occidentali a sostenere i prezzi di artisti come Zhang Xiaogang, Zeng Fanzhi o Wang Guangyi. Con il tempo la tendenza si è invertita, e dal - complice la crisi economica - i compratori occidentali hanno iniziato a giocare un ruolo meno significativo, a fronte della crescita di quelli orientali. La crisi economica globale ha comunque intaccato anche il collezionismo cinese.

Il numero di galleristi stranieri che aprono i loro avamposti a Hong Kong continua a crescere, e le adesioni per ArtHK confermano la fiducia su questo mercato.

La Cina si sta avvicinando a un punto di svolta nel processo di maturazione del proprio mercato artistico. Il futuro è sul web. In ogni caso, questo è il futuro. Anzi, per alcuni un tangibile presente. Stando alle dichiarazioni di Stephen P. Un primo appuntamento virtuale ha avuto luogo a dicembre - madrina la sede di New York con la collezione di Elizabeth Taylor. A maggio sono state, invece, le borse di Hermès ad andare in asta online.

Per una buona causa: Sempre a giugno è toccato, infine, a una importante selezione di vini, che ha annunciato inoltre un appuntamento simile a fine ottobre. Ora la domanda sorge spontanea: Il museo si concentrerà sulla collezione preesistente di dipinti del periodo Qing, assieme a opere commissionate ad hoc ad artisti internazionali. Uno di questi progetti è già stato avviato, e consiste in un parco di sculture di Tony Cragg, Idris Khan e Bharti Kher.

Se a questa visione vi si aggiunge pure una folta schiera di collezionisti privati desiderosi di costruire il proprio mausoleo, i nuovi musei nella regione cinese diventano una massa difficile da contare. Alla fine del , la collezionista Wang Wei inaugurerà il Long Museum a Shanghai, per esporre la propria collezione di arte rivoluzionaria cinese contemporanea. Un rush di cui parleremo più diffusamente in futuro qui su Artribune. Resterà una madeleine in mano a sparuti nostalgici e feticisti cultori della materia?

Alla Moleskine non se ne preoccupano più di tanto. Anche e soprattutto perché loro guardano avanti. E diventano pure editori. Senza dimenticare la geniale taschina a soffietto dove finiscono biglietti da visita e annotazioni su fogli volanti, e la prima romana in carta più spessa, dove si scrive il nome del proprietario e la ricompensa in dollari per chi restituisca il prezioso oggetto in caso di smarrimento.

Una manna per archivisti e curatori di edizioni critiche. Il formato è quello dei taccuini più grandi della classica serie Moleskine, con alcune caratteristiche distintive che rimangono invariate elastico, segnalibro, taschina… e altre che necessariamente sono state adattate alle esigenze della forma-libro la costa squadrata, il trattamento delle pagine….

Il plot editoriale dei volumi è costante. La seconda sezione, la più corposa, va sotto il titolo di Drawings e contiene, come da titolazione, soprattutto schizzi degli architetti.

In questo caso, va da sé, emergono i differenti modus operandi dei singoli: Una raccolta di racconti. Un saggio di grafica editoriale.

Non ha paura di disseminare la propria identità, il secondo volume a dire il vero, lo 0,5 - dicono loro -, visto che il primo era il numero zero e questo è il primo, ma di formato dimezzato di Watt Magazine, che ha come sottotitolo Senza alternativa e come titolo monografico senza tema.

Perché non teme nulla e non ha un filo conduttore. Oblique Studio e Ifix srl. Il primo fa da agenzia letteraria e luogo di formazione per redattori e grafici, fra le altre cose, e ha un manifesto che merita di essere letto. Proprio nella presentazione di Ifix si trova una brevissima descrizione di Watt: Dieci racconti scritti in gran parte da esordienti, illustrati da altrettanti artisti ugualmente, in massimo numero, alla prima prova pubblica.

Anzi, sono illustrazioni raccontate. Ne va della credibilità di Oblique e Ifix. E già questo dovrebbe bastare. Fra gli autori dei saggi, anche i curatori delle singole sezioni della mostra: Riuniti in una collana edita da Corraini e Alessi, e composta da libro e dvd. Non frasi di esperti e critici che celebrano o meno un oggetto, anche perché si sa bene che la riuscita di un prodotto viene decisa da chi lo acquista. Ci riferiamo alle parole dei maestri del design, alle loro frasi, ai loro discorsi, che diventano accorti moniti per i posteri.

A quei saggi consigli e attenti insegnamenti, indispensabili agli aspiranti designer per inoltrarsi in un mondo ancora sconosciuto e ai semplici appassionati per comprendere le diverse filosofie di pensiero dei progettisti. Sono piccoli e quasi tascabili, poco più grandi di un dvd, i volumi editi Corraini che racchiudono questo prezioso bottino di parole.

E sono numerosi, perché ogni volume è dedicato a un maestro del design. Su sfondo bianco, un font ben leggibile riporta a piena pagina le parole dei maestri. Interpretazioni che diventano insegnamenti. La regia discreta di Anna Pitscheider, che è anche autrice dei video, lascia pieno campo e spazio al racconto. Le brevi conversazioni riprese nei dvd sono fluidi discorsi che seguono il percorso della memoria dei personaggi, i quali raccontano in particolar modo il rapporto che hanno avuto con la loro progettualità.

In realtà il tema principale è ancora il design, ma i protagonisti intervistati sono archistar internazionali. Mondi sempre più vicini, quelli di architettura e design. Ed è quasi scontato ricordare che la maggior parte dei maestri succitati nascono proprio come architetti. Scavo con lo sguardo tra i resti abbandonati di un cestino della spazzatura: I residui di quello che furono seducenti confezioni concepite per attrarre errabondi consumatori tra gli scaffali del supermercato.

Incipit glorioso e fine miserrima: Ma questa è solo una possibilità. Qualcuno da qualche parte ha già dato una nuova opportunità a questi oggetti che ricoprono, avvolgono, proteggono altri oggetti ed io, come un archeologo del presente, estraggo da questi reperti storie ed emozioni. Prima erano contenitori pensati per ortaggi e frutta, leggeri e trasparenti, adesso hanno messo su peso, sono bianchi, opachi e consistenti, possono accogliere bijou, gioielli e piccoli segreti.

Donata Paruccini racconta che lo scorso anno, dopo il terribile terremoto in Giappone, era stata invitata alla mostra benefica Charity box in cui si esponevano scatole per raccogliere le offerte: Sono storie di imprenditori che, nonostante la crisi, investono sulle competenze dei propri operai specializzati e sulle capacità delle loro macchine.

La Cesare Roversi Arredamenti, azienda nata nel a Moglia nel mantovano, si è da sempre occupata di arredi, su misura e in serie, per i settori casa, albergo e ufficio, fino a diventare leader nel suo campo. Con questa suggestione, Roversi si è rivolto a Paolo Casati di Studiolabo, ideatore delle principali attività milanesi legate al design da Fuorisalone. Design Mood è aperto a tutti i progettisti e il funzionamento è semplicissimo: A oggi sono entrati a catalogo i primi 20 prodotti con un archivio di più di un centinaio ancora da verificare.

Perché, fatti salvi alcuni esempi, nella Biennale si fa fatica a ritrovare, tra le decine di interpretazioni soggettive e autoreferenziali, il common ground. Per citare solo un paio di approcci, tra i più evidenti se ne contrappongono due. Quando, invece, le nuove generazioni sono già andate oltre. Cosa si salva dunque di questa Biennale diretta da David Chipperfield?

Particolari sono quindi mersione sensoriale pari a quella che si avrebbe dal vivo, frutto di una ricerca portata avanti anche queste due pagine di Artribune Magazine: La cui versione estesa la trovate sul sito.

La nascita di comunità informali, benché sia un argomento stranoto, viene qui affrontato da più fronti. Se da molti questo è visto come un fallimento, il progetto lo interpreta come un potenziale modello di innovazione e sperimentazione. Ma come rappresentare tutto questo? Ai Giardini, per quanto riguarda i Padiglioni nazionali, incoroniamo cinque Paesi: Gli americani hanno il merito di aver coinvolto attivamente lo spettatore con pannelli semoventi sui quali scoprire tanti microinterventi, spontanei e non, di miglioramento urbano, realizzati da artisti, architetti e cittadini statunitensi.

Il Brasile si conferma uno dei Paesi da tenere sotto osservazione: Il Padiglione più deludente è sicuramente la Germania. Spesso i direttori della Biennale Architettura hanno optato per titoli di ampio respiro.

Come sei arrivato al tuo? Nasce da un concetto che è anche fisico: Non è neppure un discorso politico sui planning e la coordinazione delle risorse. Altrimenti un terreno comune non servirebbe. Deve riflettere le trasformazioni della società. Non volevo sentire quel che ciascuno di loro fa, ma come pensa di contribuire alla cultura architettonica.

Non è questione di essere bravi architetti, ma quale contributo danno con il loro lavoro. Hai trovato resistenze nei grandi nomi? Ho voluto spingerli fuori dalla loro poltrona total comfort e farli slittare in una dimensione che li vedesse in piedi, impegnati in un confronto con i temi che sono alla base del loro operare. Gli architetti aprono i loro progetti per mostrare da dove arrivano le loro idee e quali intenzioni e timori condividono con i diversi ambiti della società.

Zaha Hadid insieme a Hans Kollhoff: Volevo dimostrare come non si possa evitare il confronto con posizioni tanto diverse. Puoi decidere chi preferisci, ma devi avere presente entrambe le visioni per poter scegliere.

Ma la Biennale non è XFactor, non deve eliminare nessuno e non deve esaltare il nuovo talento a tutti i costi. Come hai operato in concreto per preparare la mostra? Quando ho incontrato Rafael Moneo, gli ho chiesto un suo progetto esemplare. La sala iniziale accoglie una rivista fatta con le opinioni dei veneziani, foto di Tschumi, il disegno di Moneo, un pozzo veneziano e le fotografie di Thomas Struth.

È il luogo che detta le direzioni. Negli anni recenti la cultura architettonica si è basata sugli effetti di alcuni edifici. Ma cosa ne è di quello che sta dietro, delle battaglie professionali tra società e architettura?

Noi dipendiamo dalla nostra relazione con la società. Thomas Struth appare quattro volte in mostra. Segue la sala di Norman Foster Gli artisti sono spesso diversi dagli architetti. Mi piacciono perché ci guardano da fuori, pur avendo dei punti in comune e comprendendo il nostro mondo.

La separazione tra città e slum appare evidente sulla pianta di 9 metri in scala 1: Mostra come i progetti pubblici siano soggetti ad aspettative enormi. È stato uno shock per la città. Nel video che abbiamo commissionato lo vedi nello skyline da diverse prospettive.

Fiona Scott ha disegnato le strade e gli edifici londinesi per comprenderne la morfologia delle strade attorno al grattacielo. Manuel e Francisco Aires Mateus Year: Via Piave Vecchio 47 Status: Da qui forse il nome, per quanto risulti quasi ironico: Una calamita per eventi di Come sempre, prevedendo le tempistiche italiane, avremo bisogno di qualche anno per conoscere la risposta.

Via Roma Destra Status: Le torri trionfano invece sul mare, regalando ai turisti il richiestissimo belvedere. Via Aleardi 18 Status: Aspirante eco del campanile di piazza San Marco, il progetto ha in realtà il suo punto di forza non certo nella verticalità: Piazza Le Corbusier 1 Status: Il nome Casa nel parco non deve trarre in inganno: Viale Oriente Status: Curiosi e fiduciosi, restiamo in attesa del nuovo gioiello di Jesolo.

Le mareggiate invernali compromettono seriamente gli arenili, tra cui figurano anche quelli di Jesolo: Si tratta del Beach Regeneration System, sperimentato già in Florida e applicato per la prima volta in Italia proprio a Jesolo, in accordo con il Magistrato delle Acque. Non ultimo il basso impatto ambientale: Lavori site specific, che possano ridare dignità ad aree poco o mal utilizzate della città, fatti da studenti, con materiali poveri o comunque riciclati, che possano essere smontati e riassemblati per nuovi e infiniti usi, utilizzo sfrenato di smartphone, app, new media e canali di comunicazione digitale.

Energie pulite, in tutti i sensi. Il cinema, in questo senso, appare il territorio privilegiato, in cui da un lato si prosegue coerentemente il lungo e fecondo percorso iniziato con il Neorealismo e i registi, in molti casi, sono gli stessi: Francesco Rosi - che aveva praticamente fondato il genere, con Salvatore Giuliano e Le mani sulla città - approda nel a Il caso Mattei, in cui la vicenda già storica viene ricostruita attraverso soluzioni originali di docufiction e persino autofiction, mettendo a punto una struttura narrativa fatta di scarti, digressioni e innesti: Senza dimenticare, naturalmente, il Petri più visionario e profetico - da Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e La classe operaia va in paradiso a La proprietà non è più un furto , e soprattutto a Todo modo Un virus di origini ignote, aggressivo e contagioso, fa strage tra la popolazione: Prima che il panico si diffonda, le autorità decidono di isolare i contagiati in strutture di fortuna ex manicomi, ospedali in disuso, caserme in rovina abbandonandoli al loro destino.

Tra i primi a essere messi in quarantena, un oculista Mark Ruffalo e sua moglie Julianne Moore che, inspiegabilmente immune alla malattia, si finge cieca per stare accanto al marito. Sarà un incendio a costringere i malati a uscire finalmente dal lager, per catapultarli in un mondo deserto e abbandonato. La visione cupa e grottesca del Premio Nobel José Saramago in Cecità viene rispettata e trasposta in una sceneggiatura fedele che mantiene, attraverso la voce narrante, un contatto stretto con le pagine da cui nasce.

È la fragilità della natura umana, nella sua accezione più ampia, la protagonista di entrambe le opere. Una Moore dalla recitazione solida e spoglia mantiene la visione sia in senso letterale che figurato della collettività, rispecchiando un messaggio di speranza e rinascita. Attraverso un montaggio serrato e una fotografia intrisa di chiarore, il regista gioca con messa a fuoco e definizione, con luci e ombre degli interni, portando lo spettatore in una sorta di indefinita confusione, dove nemmeno voci e rumori sono più perfettamente udibili.

Arrotondi part-time in un autolavaggio: Ti becchi il cancro, uno di quelli da cui non si guarisce nemmeno se ci mette mano il Padreterno. Come fai a raggranellare nel minor tempo possibile una cifra sufficiente a garantire la sopravvivenza della tua famiglia, una volta che sarai sotto un metro abbondante di sabbia del Nuovo Messico? E pensare che persino lui è una seconda scelta, maturata dopo i rifiuti incassati da Matthew Broderick e John Cusack.

Ormai mitici i flash-forward che sostituiscono i canonici previously on: Te lo diceva con gentilezza. Ma, nel farlo, Sergio Toppi era risoluto. Una determinatezza che a ben vedere stava solo nella sua mano. No, non sono lusinghe che si riservano solo ai morti.

Ben vestito, cortese con chiunque, ha sempre indossato occhiali démodé come se volesse nascondere il suo sguardo timido e acuto. Un uomo che, come Salgari, ha raccontato luoghi e tempi lontani senza mai averli davvero vissuti.

In mezzo secolo di disegni e illustrazioni, Toppi ha attraversato tutti e cinque i continenti. Come spesso accade, era forse più amato in Francia.

Ammiro le loro capacità. Beh, sono sempre stato attento a non montarmi la testa. Ho sempre continuato a mettermi in discussione. Qualcuno - ben lontano dagli anni delle sperimentazioni - gli aveva perfino rimproverato di aver rotto con i classici schemi di composizione. Insomma, Toppi avrebbe rinnegato il concept della vignetta. Nel suo lavoro ha dato priorità alla materia e al segno.

Riuscendo perfino a costruirsi uno stile unico, personale, facilmente identificabile per dettagli, composizione, espressività. Non mi sono mai legato a un personaggio perché ho sempre guardato orizzonti lontani. Quello è il prodotto di una vita. Ho portato avanti una severa autocritica, ho lavorato continuamente su me stesso, modificando ogni volta qualcosa.

Lo sa bene Angelo Nencetti, direttore del museo. Uno che ha fortemente voluto questa operazione e che da tempo aveva stretto un forte e inscindibile legame con Sergio Toppi. Insieme stavano infatti lavorando a una storia che sarebbe dovuta uscire sulla rivista Focus. Non si conoscono i dettagli. Quel che è certo è che le illustrazioni erano quasi completate. E che la storia era molto vicina alla biografia.

La prima di Sergio Toppi. Due anni fa, in occasione del lancio della collana, ci disse: E non ho mai sentito il peso di questo lavoro. No, non ho intenzione di fermarmi. Anche se questo non spetta a me dirlo. Spero davvero di non fermarmi mai. Ma, per gli eventi organizzati ad hoc, sarà necessario attendere Lucca Comics and Games.

Un evento che durerà ben due giorni e che farà rivivere la battaglia di Bunker Hill. Duecento reenactor professionisti, che arrivano a Lucca da tutto il mondo, saranno divisi nei due schieramenti che si fronteggiarono nel

1 thoughts on “Cul en streaming samy porto

Leave a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *